L'altra lingua di Badora Manai (2)
Dopo un mese la muttirono di nuovo per fare il fattuzzo contra l’abba mala.
E’ all’intrinada che Badora lompe a Berruìle.
Il cielo è nigheddo che trumento. I gutturi, in ghirio alla chiesa, sono traìni che trazano tutto, arghe e orassioni.
Con la mòida dell’abba, si sente il rosario precadorio, il pianto leno di un piseddo, una femmina che abboghina “innoromala”.
Badora non ascolta, va deretta alla piatta, sotto il cherco antigorio.
Prende tredici codule e i rampitti tenneri che trova. Un rampo lo strazza dall’arvore. Con quello pinta un chilcio per terra e dentro il chilcio assenta le prede e i chilcaggi, in manera strambeca.
Pusti, da una bertuletta cuata sotto il mucadore manno, sbaganta tutto in meso alla figura: sei carramerda muovono lestri le farranche, fino ad agattare il ledamene tondo. E, troulando le bozzitte, cercano l’uscita fra gli arreschidolzi di quella presone. Badora pompia, marmurata, e arripete una rima: “èssinde a pizzu, de grodde su fizzu”, èssinde a fora, su male in bonora”.