Di getto senza virgole privo di forma parole scompigliate un vento che impazza sull’erba alta di Maggio un rubinetto che perde. Così, dietro il fumo che aleggia nella stanza i lunghi pomeriggi di palleggi con una pallina di carta e notti oscure sulle stesse righe di un libro. Una fetta di luce che filtra, ormai logora, sulla parete di lato. Reggimenti di cuori che sbandano in corsa.
All’improvviso penso all’asino di Sunis, all’asino che s’impuntava e non ne voleva sentire di andare avanti. Né avanti né indietro. Il padrone era costretto a lasciarlo lì, allora, in mezzo alla strada, in quel punto che diventava il suo mondo, l’unico mondo possibile. Immobile come una statua, mentre qualcosa si mangiava l’anima della bestia testona.
Si offre in sacrificio alla malinconia e nessuno può volergli bene, dicevo. Nessuno, dicevo. E mi sembrava di vedere le sue lacrime, prima che riprendesse la via.
Uno dei cuori si perde nei vicoli del secolo andato, andato con la saggezza di un vecchio che si ritira silenzioso e in buon ordine. Quando il mondo era ubriaco di vita, il sogno di una cosa era una magnifica mattina di dubbi. A parlare con il vecchio di rivoluzioni possibili, la storia, oppure silenziose alleanze per cercare di capire senza troppe convinzioni e senza la ragione che consola. Contadini e operai e studenti, nel buco di Via Torres comunista, nel freddo senza scampo, sperduti nell’isola sperduta, eppure nel mondo al centro del mondo.
Un altro cuore dice di Roma, Trastevere vent’anni fa, a casa di Fernanda Pivano, lei che parla di Dylan, di Gregory Corso, di Judith Malina vestita di chiffon nelle strade di Milano coperte di neve. Lei bellissima - un ricordo sopra l’altro- noi con la bocca a forma di sorpresa e un modo di pensare che già si caricava di inaspettate nostalgie. Pronti a dare battaglia, nei paesi dell’interno “ho visto, ho visto, ho visto” in chiassose feste di campagna o fra cinque spettatori non convinti. Noi sì, noi eravamo la poesia, il metro del respiro, il Santo Bronx, l’ingenuità del canto disperato, l’ebbrezza del futuro.
Un giorno che me ne andai a scoprire i luoghi dove i pastori diventarono operai, le miniere l’eldorado. Con la donna che amavo, per vedere se dietro la collina c’era l’eternità, se dai pozzi si poteva sentire una voce, raccontami dello sciopero, parlami lentamente.
Passeggiamo lungo la spiaggia, dopo, ci sono gli occhi di Santa Lucia, sotto il sole. Speriamo senza dirlo. E c’è un pescatore, nascosto sugli scogli, che getta la pastura e aspetta. Poi ci guarda e ci sorride, forse è Dio.
Un'altra fuga mi porta nel vuoto, con l’occhio del sogno, oltre il ricordo. Incapace di inventare, né avanti né indietro, come l’asino di Sunis. Qualcosa che si mangia l’anima. Senza forma.