Ci sarà un motivo per cui continuo a chiamare "Maestro" il maestro Giorgio Flavio? C'è, e ben valido.
Non si tratta solo della stima che nutro nei suoi confronti, l'ammirazione per i "Contos" che ho "ascoltato" a bocca aperta nel suo blog, quando entrarvi era come sedersi intorno a un camino per sentire le storie dei grandi; non è solo la sua tecnica , la sua capacità di affabulazione, la precisione della scrittura.
E' anche questo, certo, ma è soprattutto un suo costante insegnamento a farmelo vedere come un maestro, una regola che vorrei sempre tenere presente: il rispetto per la parola.
Poco fa ho ricevuto un suo messaggio, un regalo. Si tratta di una edizione, riveduta e riscritta, del breve racconto che avevo pubblicato qualche giorno fa, accompagnata da una divertente introduzione. Lo rendo pubblico ( col suo consenso, naturalmente) per mostrare, se ce ne fosse bisogno, che la parola Maestro esiste.
Ecco il messagio:
>Ho letto, ho letto... E, vista la pubblica qualifica di "pinnicosu", ho subito deciso di avvalermene per intervenire seduta stante sul suo ultimo parto, sottoponendolo a una spolverata di editing, in accordo con i miei scarsi talenti (che poco rilevano) ma soprattutto alla luce di alcuni sacri insegnamenti (che invece rilevano, e come!) Quel che le spiattello qui di seguito è il risultato che ne è scaturito: non è detto - glielo dico subito - che le poche variazioni apportate al suo bel racconto lo rendano migliore della versione che lei ha postato, per carità... Ma, tanto per capirci, se avessimo dovuto pubblicare "Tagli" su un libro della Abbellu World’s Presse , più o meno questi sarebbero stati i suggerimenti che le avremmo fornito, invitandola a discuterne (in verità, in caso di editing "professionale" avremmo dedicato al racconto quantità di tempo ben maggiori alla mezz'ora spesa questo pomeriggio, ma tant'è: è solo e giusto per renderle l'idea...)
> > Ora lei legga, registri gli interventi (e ne dissenta, ovviamente, quanto e come vuole, se lo ritiene) ma soprattutto provi a chiedersi, vincendo la sua mandronia di stampo businco, quale possa essere il loro senso e la loro scaturigine. Sì, lo so, è una bella rottura di zebedei: ma vuole o no diventare un Bardo vero?
> > Buona lettura e.... si diverta!
> >
> > P.S. Se proprio mi ci vuole mandare, lo faccia come Salvatore ed Elisa: in silenzio! E non dimentichi che io sto facendo questo - del tutto a gratis, come dicono qui nell'Urbe - solo perché lei mi sta simpatico assa' e al solo scopo di smuoverla dalla sua infingardaggine (che, non l'avrei mai creduto!, supera largamente la mia). Saludos.
> >
> >
TAGLI
“Che vuoi fare?”
“Voglio andare laggiù, sul molo.”
Manca poco al tramonto e c’è una luce giusta, di quelle che si accompagnano alla malinconia. Il sole, filtrato da nuvole sfilacciate sull’orizzonte, allunga le ombre. Intorno, tutto sembra fermo, come sulla scena di uno spettacolo teatrale prima che il sipario si apra, quando il tempo si sospende e anche un’attesa di pochi secondi si dilata all’infinito.
Salvatore rallenta, poi svolta sulla strada sterrata che conduce al porticciolo.
Quando si ferma, vicino al muraglione, si accorge che Elisa lo sta osservando.
“Cosa c’è?” chiede.
“Niente, voglio vedere cosa è cambiato” risponde lei.
Capisce subito che non sta dicendo la verità.
“Stanno facendo dei lavori, là, vedi? Rinforzano la massicciata dei frangiflutti, ma non cambia granché, è sempre uguale.”
“Questo posto mi piace” fa lei, convinta.
“A me fa un po’ male” dice lui, con voce meno ferma.
In tutto il pomeriggio hanno parlato pochissimo. Senza dirselo, sanno che il silenzio, in certe giornate, è regola da rispettare. Si amano anche per il gran conto in cui tengono le parole e per la reciproca libertà di non doverne dire per forza.
Rimangono muti, dentro l’abitacolo, ancora per qualche minuto, gli sguardi fissi e però perduti nella porzione di mare incorniciata dal parabrezza.
Poi Salvatore apre lo sportello e scende.
Infila le mani nelle tasche del giubbotto e comincia a camminare, imboccando il molo di cemento chiaro.
Elisa non si muove e lascia che si allontani, senza dire niente. Ne osserva l’andatura insicura e il corpo magro sul biancore della banchina. Poi tira giù il finestrino e respira profondamente. L’aria umida che le arriva in faccia ha l’odore buono della salsedine. Senza perdere di vista i movimenti del compagno, continua a stare immobile. A muoversi, per un riflesso che non sa dominare ma forse tradisce la voglia di correre fuori e seguirlo, è soltanto l’indice della mano destra, che continua a tormentare il pulsante dell’alzavetri.
Salvatore, ormai, è a metà del molo che penetra e divide il mare. È allora che Elisa fa caso alla sua ombra, partorita dal sole radente, una lunga linea grigia che taglia in due il cemento. La guarda, e le viene da piangere. Con le lacrime, spunta anche il ricordo di alcuni versi, mandati a memoria molti anni prima, a teatro, preparando un testo di Pasolini:
Ma…il mio pianto è il pianto di Pilade.
Eccolo laggiù, con le sue spalle e la sua nuca, che se ne va…
Ah, di solito, quando di un uomo si vedono
le spalle e la nuca, in questo modo
offerte, indifese,
tanto da poter farne strazio con uno sguardo,
il cuore si stringe, e la nostra pena l’umilia.
Invece io disperatamente l’ammiro.
Salvatore, intanto, vuole arrivare fino in fondo, fino al limite ultimo, quello dove potrà parlare con l’acqua. Li conosce, i punti come quello, i punti dove la terra e le sue propaggini finiscono; li conosce bene come ogni sardo che conosca il mare, e proprio per questo lo ama e lo odia, pensandolo come frontiera, come confine nemico, come strada instabile e pericolosa sulla via della conoscenza. Il mare, incrocio perfetto e tremendo della memoria con l’ignoto.
È a quel dio liquido che vuole chiedere da quali radici prenda linfa lo struggimento che sente da qualche ora, quella inspiegabile nostalgia che gli fa sentire il mondo estraneo, allontanandolo anche da Elisa.
Vuole chiedergli aiuto per “spalare le nuvole”, come avrebbe detto il personaggio del romanzo che ha appena finito di leggere.
“Cosa c’è?” domanda di nuovo, sottovoce.
E risente la voce di Elisa che risponde: “Niente… niente”.
Invece qualcosa c’è.
Qualcosa che ritorna, ogni tanto, a incupirlo, a farlo piangere, come adesso, qualcosa che lo costringe a fuggire anche dagli occhi così limpidi della donna che ama, per l’orgoglioso pudore di non farsi vedere così.
Per questo non si volta, per questo continua a camminare lentamente.
Elisa apre la cerniera dello zaino. La prima preda a finire nelle sue mani fattesi d’improvviso nervose è un fazzoletto di carta, con il quale cancella i rivoli neri di trucco colati sulle guance.
Poi prende la macchina fotografica.
“Bisogna leggere molta poesia, prima di mettersi a scattare.”
Le parole di Vincenzo le risuonano dentro, si sovrappongono ai versi di Pasolini.
È indecisa, non sa se sia giusto o meno violare quell’intimità così sacra.
Ma deve fare in fretta, prima che l’inquadratura le sfugga, prima che il sole diventi banale, prima che quell’attimo faccia, ineluttabilmente, ciò che ogni attimo è destinato a fare: perdersi.
Scende dall’auto, con le sopracciglia che già si aggrottano per far diventare il suo sguardo la fessura che le occorrerà per domare l'inquadratura.
“Non ti voltare, non ti voltare. Non ora. Ora io ti sto sognando e questo è quello che conta”
La distanza smette di esistere: basta un millesimo di secondo perché una carezza si posi sulle spalle di lui.
Le poche barche ormeggiate si muovono appena, sotto il cielo insolitamente sgombro del volo dei gabbiani, Sembra che né le une né gli altri vogliano disturbare il silenzio che c’è.
Salvatore avanza di qualche passo, poi si ferma.
Sorride. Gli sembra che qualcuno o qualcosa abbia cominciato a spalare le nuvole dell’orizzonte e lui... lui vorrebbe soltanto mostrare a Elisa quanto è buffa la sua ombra così lunga.
Le periferie di Nughes sono storte. Sono storte come il maestrale che soffia, certe sere d’inverno, sulla polvere dei marciapiedi incompiuti. Come l’andatura dei cani randagi che si avventurano fin lì e vanno da una parte all’altra come se cercassero una strada smarrita. Come le antenne che spuntano dai tetti, i pochi alberi che sfidano il vento, i fari sghembi delle automobili che passano veloci.
C‘è freddo, poca luce, correnti d’aria innaturali. Ci sono suoni che arrivano improvvisi nel silenzio: una porta che sbatte, un urlo, il pianto di un bambino.
Le periferie di Nughes hanno una tristezza aggiunta, un senso di colpa irrisolto.
Si vestono a lutto e cantano un attittu, certe sere d’inverno.
Un bar, al piano terra di un palazzo. Una serranda, abbassata a metà, avverte che è ora di chiusura, che non si può più entrare se non per una consumazione veloce, in piedi: s’istaffa, come si dice da queste parti.
Sul fondo, un bancone di granito lucido e un espositore di sacchetti di patatine. Una macchina che distribuisce palline colorate al costo di un euro, un vassoio straripante di bustine di zucchero.
A sinistra, in un angolo della parete, un frigorifero per i gelati, ricoperto di adesivi scrostati. Dietro i vetri di un mobile, un panino al salame, due tramezzini con tonno e maionese e una mosca che cerca ostinatamente una via di fuga.
Sulla parete di destra, due fotografie con la scritta Via Maggiore: riproducono lo splendore del centro città agli inizi del secolo scorso, quando Nughes era, come tutti ricordano, la fucina di grandi fermenti culturali, il benessere per tutti, il biancoenero glorioso, il rimpianto dei tempi andati.
Poco più in alto una mensola verdina regge un gagliardetto della squadra locale, tre bottiglie di cannonau e un guantone da boxe. Un televisore, sistemato in alto, vicino alla porta della toilette, manda, senza l’audio, le immagini di un incontro di calcio. Venti sedie e cinque tavolini di plastica bianca completano l’arredamento, illuminato da quattro tubi al neon. Odore di detersivo e fumo di sigarette.
Gli unici clienti, due uomini intorno ai quarant’anni, occupano il tavolino più vicino alla serranda. Uno è grosso, con una pancia enorme, l’altro è secco e scuro come un olivastro. Hanno bevuto una quantità spropositata di birra, a giudicare dalle decine di bottiglie vuote allineate davanti a loro. Uno parla, non si capisce bene di cosa, sembra avercela con qualcuno. L’altro guarda il bicchiere e dondola leggermente la testa, sforzandosi di tenere gli occhi aperti e di ascoltare l’amico.
Il proprietario del bar, dietro il banco, risciacqua qualcosa nel lavandino. Ha l’aria svogliata di chi non vede l’ora di andarsene a dormire. Si asciuga le mani, poi guarda l’orologio: sono le ventitre e quarantacinque.
Si sente il rumore della serranda che viene sollevata leggermente dall'esterno. Entra un uomo.
- Un caffè ristretto, grazie.
- Mi dispiace, niente caffè, ho già spento la macchina, stiamo per chiudere.
- Mi dia un cognac, allora. Vado via subito. Anzi, le chiedo scusa per il disturbo.
- Si direbbe che lei non è di queste parti, dall’accento.
- No.
- Da dove viene?
- Non lo so.
- Come sarebbe a dire, non lo so?
- Non lo so.
- Beato lei che ha voglia di scherzare a quest’ora. Il mio umore è più nero di questo tempo.
- Mi faccia compagnia, beva con me, offro io. Prima di mezzanotte sarò fuori di qui e lei potrà tornarsene a casa. Prima, però, dovrebbe farmi una cortesia, dovrebbe consegnare questo biglietto a uno dei suoi clienti.
- Che richiesta è? Perché non lo fa lei stesso?
- Non posso. E’ meglio che lo faccia lei.
- Si può sapere cosa c’è scritto? -
- No, non legga, è meglio per lei. Ora mi dica quanto le devo.
- Lasci stare.
L’uomo beve il cognac, appoggia sul bancone il biglietto ripiegato in quattro. Va via, non prima di aver gettato un rapido sguardo al tavolino occupato.
Subito dopo il gestore del locale batte uno scontrino al registratore di cassa. Lo porta ai clienti assieme al biglietto.
- Signori, è quasi mezzanotte, dobbiamo chiudere.
I due, che hanno mantenuto per tutto il tempo la stessa posizione, uno monologante, l’altro apparentemente assente, all’improvviso cambiano atteggiamento. Quello silenzioso, come se avesse udito qualcosa di fastidioso, comincia a parlare in modo concitato e aggressivo. Articola una frase sconnessa, con la lingua impastata. Si capiscono distintamente solo le parole “birra” e “itecazzu”. L’altro lo guarda con un sorrisetto sprezzante, prende il portafogli e mette sul tavolo una banconota da cinquecento euro.
A quel punto si sente in modo chiaro un’altra parola, urlata, scandita con rabbia: “mi-se-ra-bi-le”.
Il grasso si alza, afferra il secco per il collo, lo solleva di forza. Con l’altra mano appallottola il biglietto dello sconosciuto e glielo ficca in bocca. Lo lascia ricadere di peso sopra la sedia. Ride, ride.
Un silenzio di dieci secondi. L’altro mastica la carta, con calma, la inghiottisce. Poi infila la mano in una tasca dei pantaloni, estrae una pistola.
Il barista fa appena in tempo a vedere un bagliore.
Uno schianto. Schizzi di sangue sul bianco dei tavoli. Il guantone da boxe che rimbalza su una sedia. Silenzio.
Fuori, il maestrale continua a infuriare. Un pezzo di carta si solleva in aria, sembra un aquilone impazzito. La nenia delle prefiche invisibili riprende ad accarezzare i muri delle case, passa vicino alle finestre, sfiora le antenne. Nessuno la ascolta.