
Fra tutte le fotografie, ho trovato questa in bianco e nero. Un uomo, in posa da un secolo nello studio di José Caffaro fotografia y pintura, a Buenos Aires. Incollato a un cartoncino spesso, con i bordi ritagliati in modo artistico e due angioletti nel retro che reggono una tavolozza, quest’uomo mi guarda.
Quest’uomo si chiama come me. Stesso nome, stesso cognome. Sarebbe più giusto dire che io mi chiamo come lui, perché è a lui che pensò mio padre quel giorno che andò a registrarmi. Disse a mia madre che aveva scordato quello che lei aveva scelto dal calendario e che nell’imbarazzo, di fronte alla fastidiosa impazienza dell’impiegato comunale, aveva pronunciato il primo che gli era venuto in testa: “Giovanni, gli metta Giovanni”. Mia madre fece finta di crederci e smorzò in un sorriso quella piccola delusione, a lei Vito sarebbe piaciuto di più, e di Giovanni ce n’erano già troppi in famiglia. Ma era bello lo stesso, e il vecchio, quando gli dissero che l’avevano “pesau”, s’illuminò d’orgoglio.
Pesau vuol dire un sacco di cose, ma in determinate circostanze significa onorare, allevare, sostenere la memoria. Pesare e tramandare, col nome, un’intera esistenza.
Giovanni Maria non disse nulla, però credo che in quel momento decise di consegnarmi tutto l’affetto che gli era rimasto e di affidarmi la sua immortalità. Accese un libretto bancario al portatore e per qualche tempo mi guardò crescere. Poi, piano piano, cominciò a spegnersi e nel giro di due anni se ne andò.
Non ho niente di lui, neanche un ricordo diretto. Forse un letto alto alto dove dormiva, con una spalliera di ferro battuto, un letto che mi piaceva tanto perché sotto venivano nascoste le corbule piene di dolci fatti in casa, le castagne, le nocciole. Ma non sono sicuro, no.
Forse un pomeriggio che mi impedirono di entrare nella stanza, perché "babbai" stava ancora dormendo, ma pure quello è tutto nebuloso.
Quest’uomo è mio nonno, anche se qui ha la metà dei miei anni. E’ in Argentina, davanti a un fondale con disegni floreali, con un sigaro toscano fra le dita e un elegante cappello sulla testa che probabilmente senor Caffaro gli aveva prestato per rendere la fotografia più importante.
Nello sguardo limpido, che punta dritto l’obiettivo, posso vedere a cosa pensa.
Alla donna che aveva corteggiato prima di partire, che l’aspetterà, oh sì mi aspetterà e la sua famiglia non avrà più da ridire quando tornerò meno povero di loro.
Ai campi sterminati di Santa Fe, da dissodare insieme a migliaia di contadini italiani in cerca di fortuna nella “Merica” lontana.
Al mare sconfinato che lo separa dalla sua terra, ahi, quantomar quantomar per l'Argentina. (1)
Ai pochi risparmi che è riuscito a mettere da parte, che non è vero che le terre sono di tutti c’è un padrone anche qui, si chiama latifondista, e si guadagna poco e non so quanto resisterò con questa memoria cattiva e vicina e nessun tango mai più ci piacerà.
Forse pensa al suo amore e vuole apparire più bello in questo ritratto che sta per spedirle. Per questo ha messo l’abito buono e la cravatta. E l’orologio nella tasca del gilè.
Quest’uomo è mio nonno. Mio nonno è Charlot, con la giacca un po’stretta e i pantaloni sformati alle ginocchia: Charlot dagli occhi verdi e le mani indurite dalla terra.
Non ho niente di lui se non qualche notizia frammentaria che ho raccolto in famiglia, fra pezzi di verità e parti immaginate:
- E’ arrivato a Sunis alla fine dell’ottocento, da un altro paese, un paese distante da qui. Era ancora un ragazzino, era servo pastore e dovette seguire il padrone, un tale di Thiesi che aveva le tanche in questa zona.
- Ma no, non è così, faceva il contadino e le poche bestie che aveva erano di sua proprietà.
- Quello è dopo, quando è tornato dall’Argentina. Con i pochi risparmi aveva preso due buoi per arare la terra. Ma più tardi, con la vendita del grano, aveva comprato qualche vacca, perché il suo mestiere principale era quello di pastore.
Troppo tardi per saperne di più, ora che il tempo ha addolcito i ricordi, ora che la memoria si è fatta più buona e lontana. E serve a scaldarsi:
- Vi state sbagliando faceva il falegname, costruiva gli aratri e tutti gli attrezzi per la campagna.
- Macché, quello lo imparò dal suocero ma era un secondo lavoro, gli serviva per arrotondare. Era massaju, contadino, e fra i migliori qui a Sunis. Altrimenti come ti spieghi la storia dell’occhio cieco che aveva. Era stato un ramo di una quercia, piegato dai buoi, mentre arava, che gli era arrivato in faccia come una frusta.
- Era allevatore, vi dico. Aveva imparato da giovanissimo una tecnica per mantenere il sonno leggero. Dormiva con un sasso sotto la testa, al posto del cuscino, per mantenere l’attenzione sempre vigile contro i ladri, anche quando riposava. La dicevano tutti che gli abigeatari non avevano mai osato sfidarlo.
Quest’uomo in bianco e nero non smette di guardarmi. Mi dice che sta già pensando di tornare. Resisterò finché posso, devo fare di tutto per mettere da parte i soldi del viaggio, questo posto non fa per me. La nostalgia non si vede, ma c’è. E tanta.
Io sto bene qui, altrettanto spero di voi, ma forse torno in Italia, ahi quantomar, quantomar, mi sentite da lì.
- Era tornato dopo un anno, Giovanni Maria. Arrivò in piena notte, dopo trenta giorni di nave, e senza indugio si diresse a casa della sua fidanzata. Dormivano tutti. Bussò. Nessuno gli aprì e allora buttò giù la porta. E si prese Giuseppina, e se la sposò.
- Eja, coltivava il grano. Faceva anche il falegname, ma la famiglia la campava facendo il mezzadro. Doveva lavorare il doppio, il triplo, per mantenere la famiglia. Oltre a tuo padre c’erano altri due figli da crescere. Lavorava giorno e notte. Per fortuna i due maschi cominciarono ad aiutarlo molto presto e per un decennio se la cavarono bene. Poi, quando sembrava che potessero mettersi in proprio, arrivò la guerra. E i figli glieli portò via la patria, a tuo nonno. Uno per sempre. Per sempre. Nel quarantadue.
Quest’uomo che mi guarda non sa della tragedia. Non lo sa perché qui ha l’età di suo figlio, ventidue. L’ultima età dell’ultimo figlio, quello inghiottito dal mare dopo il bombardamento della nave da guerra su cui si era imbarcato. Nella postura così fiera non c’è ombra del dolore che lo tormenterà fino alla fine. Non c’è posto per la morte, negli occhi così pieni di vita.
- Zio Sebastiano?
- Sì lui, il fratello di tuo padre.
Non può immaginare che i fascisti lo avrebbero arrestato per aver nascosto un po’ di grano. Per un po’ di pane da portare a quel figlio. Dal finestrino del treno che lo avrebbe allontanato per sempre, tre mesi dopo.
Non può vedere la sofferenza di sua moglie Giuseppina. Né quella di sua figlia, vedova di guerra pure lei.
- E poi l’altro zio.
- Sì, nel giro di sei mesi. Arrivò prima la notizia del figlio. Poi quella del genero.
Nello studio di José Caffaro, c’è solo la speranza. Un combattente del secolo passato; e di quello prima.
Il futuro è distante e nessuna fotografia ci basterà.
- Quando sei nato era felice come una pasqua. E quando gli abbiamo detto come ti avevamo chiamato non stava nella pelle.
Quest’uomo è il mio nome. Il mio nome ha tante storie.
Ha la stessa forma del viso, la statura minuta, l’attaccamento alla terra. Ha una traccia nei geni. L’insonnia. L’antifascismo.
(1) Da "Italiani d'argentina" I.Fossati