Effetti della calura
robetta vecchia
nuova lettura
Amavo una epopea nuova, ma…
I “ma” i “se” operarono e: onorare poesia! Mi
assale male. E la melassa.
Eterni i rigiri in rete,
i margini grami,
i verbi brevi.
Is, sumus, sì.
E corta ode vedo, atroce,
e non è l’ora per amare parole. Non è.
Quando arriva il gran caldo, come oggi, mi ritorna in testa questa storia.
Eravamo io, Gavino Palighetta e Bulgaria. No, Polanca non c’era, quell’anno ce l’aveva con la sabbia e i pappataci: “Andate pure, proprio stanotte ho sognato che uno di quelli usciva dalla sabbia e mi pungeva. E poi c’era l’invasione dei pappataci.” Così ci aveva detto.
“Finiscila Polà, chi devi incontrare?"
"Nessuno."
"Ma non hai voglia di vedere il mare?”
“Guardatelo voi, poi stasera mi fate un resoconto.”
Dunque ce ne stavamo lì, indrommigati dal dopo panino con pancetta e svariate birrette, sotto la pineta di Malamurì. Alle tre del pomeriggio, con un caldo che non veniva bene neanche a dirlo. Come tre ballalloi, muovendoci appena appena per cercare una posizione più comoda, sotto il cuscino di aghi di pino e asciugamano. Spostavamo solo la testa, con movimenti impercettibili, tipo gli artisti di strada che fanno le statue di cera nelle grandi città e tu gli devi dare una moneta.
Io non l’avevo mai visto un calore così da morire. Finchè stavi a mollo ancora ancora andava bene, anche se l’acqua sembrava uscita dallo scaldabagno, ma fuori sembrava che la mamma del sole esisteva davvero e che ti cuoceva l’uovo in testa. Praticamente eravamo rimasti solo noi. Noi e una coppia di tedeschi, rossi come la cipolla, che la notte avrebbero cantato di sicuro, altro che uberalles. L’altra gente se n’ era andata a casa prima di mezzogiorno e anche noi l’avremmo fatto ma eravamo senza mezzo e toccava aspettare il postale alle sette. Cercare di dormire era impossibile, non era cosa col sudore a zampillo e con la sete che sapeva di lardo. In più Bulgaria ogni dieci secondi faceva un rutto che sembrava la voce della grotta de Sa ‘Oche, e Palighetta rispondeva col suo repertorio di irrochi: sa matta, crepau,s’istrale e così via. Quell’altro rideva. Ruttava e rideva. E in più, per vendicarsi, cantava Inter merda Inter merda alè alè òò: secondo me Bulgaria non è sano in testa, come si fa a ridere e cantare con quella temperatura, che c’era da piangere c’era.
“Forse è meglio se frazziamo una canna”, faccio io, dopo un dieci minuti buoni, “almeno ci stontoniamo un altro po’ e sentiamo meno il caldo.
”Oh, mì che il fumo l’abbiamo finito stamattina! E cosa aspettavo a te se ce n’era ancora? Pistiddori che caldo, ma cosa c’è incendi?” Questo, Gavino.
“ Pezzemmerda, te lo sei girato da solo e ora cambi anche discorso, ma cosa hai mangiato pane e volpe?”
”Mì chi ses tontu, ma se siamo rimasti tutto il tempo in acqua, cosa facevo canne in salamoia? Che ti ho anche chiesto se avevi mangiato pollo, che l’ultimo carciofo ti è rimasto attaccato alle dita!”
Bulgaria intanto aveva smesso di cantare e sembrava interessato alla discussione. Dopo un po’, come se fosse un predicatore mormone fa: “A comprarne di più sia, la prossima volta! E a stare più attenti.” E attacca a ridere. Da quello abbiamo capito che l’ultimo tocchetto se l’era fatto lui quando era andato a pisciare dietro una macchia di lentisco. Il pezzemerda era lui.
Insomma eravamo un po’ scimmiati e crepati dall’afa, l’unica lattina di birra rimasta sembrava piscio e di andare al baretto sulla spiaggia neanche a parlarne. Così siamo di nuovo caduti in una specie di catatonia, come dice la professoressa Dettori. Sembravamo imbalsamati, fermi come crasti e con gli occhi spalancati a guardare le pigne sopra di noi. Le pigne sono prodigiose, contengono tanti di quei pinoli che non puoi capire. Inoltre sono disegnate benissimo. Le guardavo e pensavo.
A un certo punto sento che quei rompicazzo di grilli -o forse cicale erano, boh- che non avevano mai smesso di rompere, all’improvviso stanno zitti. Sì, sento che stanno zitti o zitte, proprio così. Si può sentire anche il silenzio no? Lo dice pure una canzone antica, ora che ci penso. Il suono del silenzio.
Solo che il silenzio dei grilli o delle cicale, quando tu vuoi dormire alle tre del pomeriggio sotto la pineta di Malamurì, in genere dura solo qualche secondo. Quando ti illudi che sia finito, riattaccano subito con quella tiritera che ti martella come un motopicco. Invece, quella volta durava di più. Il silenzio, dico. Ci doveva essere qualcosa che li disturbava. O che le disturbava. E infatti sento che qualcuno sta venendo verso di noi: scricchiolio di aghi di pino sotto scarpe pesanti. Alzo la testa e vedo questo: uno, vestito di velluto pesante, col bonette in testa e con i gambali. Robba da matti - ho pensato - il sole mi sta facendo male, non si poteva agguantare nudi figuriamoci vestiti in quel modo!
E invece non era una visione. Arriva fino a due metri da noi un pastore che sembrava scappato da un documentario su Orgosolo. Si guarda intorno e con aria circospetta ci fa: “Oh, formaggio ne volette? Robba buona eh, fatta in casa.”
Era una cosa da non credere, troppo strano.
Io e Bulgaria ci guardiamo in faccia e nello stesso istante capiamo che ci sta proponendo della maria.
“E a quanto ce la dai?” chiede Palighetta, anche lui sgamando l’affare.
“Eh, già ve lo lascio a un prezzo buono, che non ve ne pentite di sicuro, se volete potete chiedere in giro, per dire. Poi, dipende anche dalla quantità, per dire.”
“Beh non è che ci abbiamo tanti soldi eh! Arriviamo sì e no a cinquanta euro, per dire” , fa timidamente Gavino.
“Tramite che per quello già ci arrangiamo, certo ve ne esce poco eh, ma almeno l’assaggio. Ajò, venite con me.”
E si dirige verso la stradina sterrata che stava a trenta metri dalla pineta. Noi dietro.
"Oh, se vi ferma la finanza dite che ve l’hanno regalato eh, che quelli stanno cominciando a segae sa matta" ci dice, sottovoce, nel tragitto.
" Tranquillo, tranquillo, tanto viaggiamo in corriera."
Arriviamo davanti a un fuori strada che minimo minimo costava centomila euro, nuovo fiammante.
Il tipo tira fuori il telecomando e fa scattare le chiusure centralizzate. Noi eravamo un po’ in para, guardando se c’era gente nei pressi.
"A quindici ve lo posso lasciare. Perché siete voi. Lo stanno dando anche a venti e a venticinque, in costa. Una pischedda piccola forse mi è rimasta.".
Io continuavo a farmi in testa la traduzione simultanea di quel linguaggio cifrato e mi immaginavo bustine più o meno grandi di mariuana ben impacchettata. E pensavo al perfetto travestimento del tipo che nonostante l’abbigliamento sembrava non soffrire minimamente il caldo.
Gli diamo i soldi. E lui apre il cofano: un’ondata di pecorino stagionato ci investe con tutta la sua violenza, almeno cinquanta forme, ben allineate nel bagagliaio, dalle più grandi alle più piccole.
" Dev’essere per nascondere il fiago ai cani" mi suggerisce, ad un orecchio, Bulgaria.
" Eia, ista mudu però " faccio io, mentre il pastore frugava dentro l’auto.
"Ecco qua, questa pesa all’incirca tre chili e mezzo buoni, ci state anche guadagnando."
E mette in mano a Palighetta questa forma di formaggio oleoso e a odore di piedi.
" Aspettate che vi do una busta, che sennò vi sporcate. La borsa frigo ce l’avete? - "
" Sì, sì ce l’abbiamo, ma tanto ce lo facciamo fuori adesso."
Lui sale in macchina, con un sorriso soddisfatto, e noi ci ritroviamo con questo fagotto di plastica pudescio. Eravamo incazzati come iene ma nessuno osava aprire bocca.
E cosa potevamo fare? Dirgli che avevamo capito aglio per cipolla? Io una figura di merda così non la volevo proprio fare. Pure la mano ci ha stretto, con una forza che sembrava Marieddu Tenaglia.
"Ma almeno i soldi per il pulmann ci sono rimasti? "
"Oh merda! "
"Ebbè, tanto ce lo torniamo a vendere, no?"
Ma che cazzo, perché in quest’isola succedono queste cose? Mi sembra che io imparo un azìco di inglese e mi dimetto da sardo.
Arrivava un giorno, più o meno all’inizio dell’estate, quando l’isola diventava gialla di fieno e il cielo si faceva più largo, che a Giovanni veniva voglia di andarsene a pescare. Allora dava una ripulita alle canne, riposte in cantina l’anno prima, e contava quanti ami e quanti galleggianti gli erano rimasti dentro la cassetta degli attrezzi. Poi preparava un panino col formaggio, lo sistemava dentro lo zaino assieme a una fiaschetta di vino e con calma si metteva in marcia sulla stradina sterrata che portava al laghetto montano. Giungeva sul posto dopo un’ora di camminata, sudato e boccheggiante per l’arsura e con le gambe leggermente indolenzite per la salita.
Appena vedeva la distesa piatta del lago, si sentiva contento. In quella calma, che annullava il suo mondo interiore, anche la stanchezza spariva. Nella tranquillità ovattata si allontanava da tutto, da tutti i pensieri che non fossero direttamente connessi alla contemplazione. C’erano querce e castagni, tutt’intorno, e salici piangenti che buttavano le fronde fin quasi dentro l’acqua. Si sentiva a malapena, proveniente dal fondo della gola più a nord, il leggero mormorio del torrente che alimentava il lago. Un cardellino, che aveva fatto il nido a pochi passi, cantava la sua felicità. Le libellule danzavano sul pelo dell’acqua, sembravano sfidarsi le une con le altre a chi riusciva ad abbassarsi di più senza bagnarsi le ali.
Il tempo, l’idea del tempo che Giovanni aveva sempre pensato, d’improvviso si annientava. Per alcune ore contava solo il presente, l’aria che respirava, i vermi che trovava scavando con una paletta di ferro vicino alla riva, l’ombra sotto l’acacia, la precisione dei nodi intorno agli ami, la lunghezza della lenza madre e dei finali. Nient’altro. Era naturale abbandonarsi al bisogno di solitudine che l’uomo si porta nell’anima, e Giovanni provava sempre lo stesso godimento nel farsi simile a una foglia, a un sasso, alla formica che trasportava una foglia sopra quel sasso.
Se proprio doveva ricordare qualcosa, mentre fissava il rosso del galleggiante a tre metri da lui, tornava col pensiero alle prime volte che aveva visto quei luoghi.
Ce lo portava il padre, sempre d’estate, per la pesca di frodo, qualche chilometro più a monte, lì dove il torrente formava delle pozze ricche di trote e di anguille. Ricordava i preparativi di quella giornata emozionante e piena di pericoli. La sera prima, quando si pestavano le radici velenose di certe piante della macchia mediterranea, quando i vecchi dicevano ai giovani “non toccatevi lì, se dovete andare a pisciare, prima lavatevi bene le mani.” Ricordava il percorso pieno di insidie, nell’oscurità della notte, con qualcuno che faceva da battistrada per avvertire dell’eventuale presenza della guardia forestale. Ricordava il fischio ripetuto due volte che indicava la strada libera. E poi ricordava il silenzio fra gli uomini che, dopo aver sistemato i sacchi pieni di "lua" sotto la corrente di una piccola cascata, si raccoglievano in un silenzio religioso, quasi un rito, a consumare una piccola cena di pane e formaggio. Seduti in cerchio, ascoltavano i rumori della notte.
Ma oltre questo ricordo, che durava pochi secondi, non c’era altro. L’attesa e la concentrazione del momento riempivano il mondo di Giovanni. Un sorriso, ogni tanto, si stampava sul suo volto come a voler ringraziare Dio per quel luogo, per la bellezza di quel luogo.
Proprio allora, però, proprio quando sorrideva, proprio nel momento in cui il reale sconfinava nella trascendenza, a tre metri di profondità le carpe cominciavano a parlare.
“Chi è questo coglione che crede di fregarci?”
“E’ sempre lo stesso, il tipo che viene tutti gli anni.”
“E’ proprio un coglione.”
“Sì.”
“Sembra pure contento.”
“E’ un poveraccio.”
“Spostiamo l’amo su quella vecchia scarpa.”
“Questo scherzo glielo abbiamo già fatto.”
“Rifacciamolo. Magari si sveglia.”
Giovanni però non si svegliava. Non ricordava che anche l’anno prima aveva pescato uno stivaletto. Stava lì, per altre due ore. Ogni tanto cambiava l’esca, si spostava di qualche metro.
Mangiava il panino, consumava il vino della fiaschetta e si concentrava di nuovo sull’odore di acqua e di terra. Poi, quando il sole cominciava a calare, guardava in direzione del suo paese. In lontananza poteva vedere le prime luci artificiali che si accendevano in mezzo alle poche case di Sunis. Allora, dopo aver salutato il lago, ritirava le canne e si metteva lentamente sulla via del ritorno. Le carpe, intanto, continuavano a ridere di gusto. Due mosche si accoppiavano spudoratamente su un rametto secco di castagno. Alcune zanzare succhiavano con voracità un po’ di sangue dal collo dell’ineffabile Giovanni.
Io nelle mie poesie
ci metto sempre molte E
Nelle sere serene
le pene.
Tanto per dire.
Oppure
Settembre, andiamo. E' tempo...
No, questa, ora che ci penso
non è mia.
Qualche volta dico anche Speme.
Io nelle mie poesie
ci metto sempre molte T.
Un tratturo.
Un trattore nel tratturo.
Alle tre.
Sì, lo so, ci sono anche molte R
ma che ci posso fare?
Non è che potevo scrivere
un tattoe nel tattuo.
Non l'avreste capita.
Ieri. Non c’era nessuno che potesse condividere con me quel nuovo senso di leggerezza. Allora mi sono messo a pensare a voce alta.
“Hai visto come è bella la giornata?”
“Sì, molto bella.”
“Ora mi faccio un caffè.”
“Buona idea.”
Non mi succedeva dai tempi dell’università di parlare da solo. In quegli anni, nella stanzetta di Via Tuveri, a Gaurria, passavo molto tempo a conversare con me stesso, ma allora, nella città ostile, avevo un sacco di cose da dirmi, stavo scoprendo le avversità del mondo e dovevo confutare spesso il senso di smarrimento giovanile. Ieri, invece, il solipsismo è giunto inaspettato. Come il buio nelle serate invernali. No, meglio: come la cacca di un piccione quando stai camminando rasente a un muro e stai pensando al mistero della creazione. Solo che in quel momento era piacevole e soprattutto non puzzava di merda di piccione.
“Sì, un caffè è quello che ci vuole.”
Avrei potuto anche cantare, per come ero di buon umore. E forse ho intonato la canzone di Donna Felicità. Che non ha l’amore e glielo troveremo noi con le noci intorno al fuoco. E scommettiamo che io so a chi darà la rosa , rosa e compagnia bella.
“E’ la primavera, il lungo sonno è passato”, mi son detto, convinto.
Sembrava davvero così. Sembrava che la natura mi volesse mandare un messaggio. Il sole, già alto sopra la linea frastagliata del monte Ortobene, picchiava dritto sulle vetrate esposte a oriente e inondava ogni angolo della casa. Era una luce tiepida e antica.
Forse è per questo che mentre caricavo la caffettiera i pensieri mi hanno portato a vagare nella luce delle campagne di Sunis. Mi sono fatto una corsetta in mezzo al fieno, nella tanca di Sa Mandra, proprio nell’altopiano più fertile, a nord del paese. Ho visto alberi, pecore, cavallette, nidi di cornacchie e spighe di grano che si muovevano come le onde. Insomma tutte le cose preferite di cui parlo a ripetizione.
Dopo il caffè sono rimasto seduto per cinque minuti, con lo sguardo fisso sulla tazzina vuota, a bearmi del silenzio che solo certe ore della giornata riescono a regalarti, fermo come una lucertola che si riprende la vita dopo un lungo inverno, la stessa lucertola che un secondo prima avevo lasciato sopra un cumulo di pietre nella tanca di Sunis.
Finché, repentina e potente, non mi è venuta una grande voglia di scrivere.
Ho preparato la scrivania dello studio con grande scrupolo, liberandola dagli oggetti inutili e sistemandovi le cose che mi avrebbero consentito di lavorare, per alcune ore, senza dovermi alzare dalla sedia: una bottiglia d’acqua, mezza bottiglia di whisky, una mela, un pacchetto di sigarette. E’ stato come prepararsi a un rito e tutto doveva essere in ordine: mi sono sentito come un contadino che, con una certa sacralità, si appresta alla semina del suo campo.
Ho acceso il computer e il tempo d’avvio mi è sembrato infinitamente lungo, tanto ero impaziente di cominciare. Non volevo sprecare quel momento di furore creativo, pensavo che in un solo giorno avrei potuto recuperare tutto il tempo perduto.
Quando ho aperto il programma di scrittura le mie dita hanno cominciato a scivolare velocemente sulla tastiera, le frasi a passare dalla testa allo schermo con fluidità, senza ripensamenti. D’altra parte non dovevo preoccuparmi più di tanto della rigorosità della forma. Da quando avevo scelto di scrivere racconti surreali, sapevo che ogni parola poteva tornare utile, essenziale. Anche la più banale delle espressioni -come mi aveva insegnato uno dei miei narratori preferiti- poteva contribuire alla sviluppo di una trama, a un improvviso cambio di direzione, a una imprevedibile soluzione della vicenda. L’unico sforzo che dovevo fare era quello di mantenere alta la guardia contro il pericolo che sentivo sempre in agguato: assomigliare alla gran parte degli scrittori contemporanei di racconti surreali e, più di ogni altra cosa, ai racconti di Bobboti. E così, dopo tre ore di lavoro, avevo quasi concluso un racconto. Avevo trovato il contesto giusto per una storia che ricreava perfettamente il mio modo di vedere le cose, senza trucchi o trovatine da quattro soldi. Una storia che affondava nell’angoscia e nel disagio di vivere. Mi mancava solamente una chiusura efficace, per ritenermi del tutto soddisfatto e non mi restava che scegliere fra due possibili soluzioni che avevo ipotizzato. Dovevo decidere il modo di far ritornare il colpevole sul luogo del delitto e, soprattutto, la forma più spettacolare per lo smascheramento finale.
Proprio in quel momento decisivo, però, dopo averlo lasciato suonare a lungo, mi sono dovuto alzare per rispondere al telefono.
“Pronto”
“Sono io”
“Polanca, com’è che mi chiami a quest’ora, qualcosa non va?
“No, tutto a posto, volevo solo salutarti, chiederti coma stai”
“Bene, oggi sto proprio bene. Il mio umore è come questa giornata di sole: luminoso. Pensa che ho ripreso a scrivere con una lena che pensavo di aver smarrito per sempre.
“Scrivere? Ma non avevi smesso?”
“Sì…cioè no. Voglio dire…lo faccio solo quando ne ho voglia, ecco, come stamattina.”
“Senti ti devo raccontare una cosa, però è un po’ lunga.”
“Ma non puoi chiamarmi più tardi, ora vorrei concludere un racconto.”
“Come vuoi, però sarebbe meglio ora.”
“Di che si tratta?”
"Al telefono non posso, dobbiamo vederci. Magari passo da te. Cinque minuti e ti lascio in pace.”
“Ma così mi fai perdere il filo, Polà, e poi…”
Aveva già chiuso.
Dopo neanche tre minuti è lì che suona insistentemente al citofono.
“Sali.”
Ha la faccia più smunta e pallida che gli abbia mai visto e anche la sua instabilità sulle gambe mi sembra pericolosamente accentuata.
“Che ti è successo?”
“Non dormo da due giorni.”
“Che c’è?”
“E’ una cosa strana.”
“Parla, maledizione!”
“Niente, da qualche giorno, concludo tutti i solitari, le carte mi vengono sempre giuste.”
“Hai ripreso con questa stronzata dei solitari?”
“Sì, volevo fare una prova, capire se aumentava la percentuale di riuscita. E’ aumentata enormemente, fino quasi al cento per cento.”
“Sicuramente non hai mischiato bene le carte.”
“Sì, invece. E’ che la ruota della fortuna finalmente gira dalla mia parte. Vuoi giocare al lotto con me?”
“Macché fortuna, Polà! Hai appena detto che non dormi più, sei uno straccio, hai le occhiaie che sembrano domus de janas…”
“Non dormo proprio perché penso alla svolta favorevole della mia vita. Non sono preparato. Ma non è di questo che volevo parlarti.”
“E di cosa, allora?”
Diventa più serio. Si sistema una ciocca di capelli, si gratta il naso, prende un lungo respiro: tutto in modo molto teatrale. Poi riprende, con calma.
“E’ da un po’ che ci penso. Volevo dirti che è meglio se non scrivi più. Così, poco fa, quando mi hai detto che avevi ripreso, ho pensato che devo aiutarti.”
“In che senso?”
“Nel senso che i tuoi racconti del cavolo sono peggio dei miei solitari.”
“Sono noiosi?”
“Un po’ sì. Parli sempre delle stesse cose, non hai più argomenti. Sunis, la campagna, Polanca… non se ne può più.”
“Dici davvero?”
“Sì.”
“Polà, tu lo sai, se c’è una persona che non riesco ad ignorare quello sei tu.”
Mi sono avvicinato al computer e senza pensarci sopra due volte ho premuto il tasto di spegnimento. “Non vuoi salvare?”, mi ha chiesto in inglese. “No, non voglio salvare.”
E’ andata così. Ringraziate Polanca, dunque, se non vi ammorbo con l’ennesimo racconto del cazzo.
“Vuoi un caffè?”
“Sono venuto solo per quello. Dove tieni le carte da gioco?”
“ La questione del galoppatoio, cosa ne pensi della questione del galoppatoio? E dell’ingresso del museo? Cosa ne pensi? E dei gruppi folk da invitare alla festa del Redentore? E della movida al Corso Garibaldi? Anche tu Polà, cosa mi dici?”
“Sei già ubriaco”, fa Polanca, guardando Bulgaria con un’aria di compatimento.
“Non sono ubriaco! E’ che noi ci stiamo emarginando, non discutiamo mai con nessuno delle questioni fondamentali di Nughes.”
“Dovevano lasciare la gestione al gruppo Equinozio.”
“Eeeh?”
“Sì, quelli che fanno le gare dei cavalli.”
“Ma no, dovevano fare la gara d’appalto.”
“L’assessore è pronto a replicare.”
“La maggioranza si spacca.”
Si capisce che io, Polanca e a Bulgaria non siamo preparati su questo argomento. In più sta piovendo da tre giorni, la noia aumenta. Ci sentiamo soli, chiusi in casa.
A un certo punto Bulgaria si alza, si affaccia alla finestra e comincia a cantare: “Sceeende la pioggia ma che faaa…”. Batte la mano contro la coscia e si dondola come Gianni Morandi, solo che Bulgaria ha le sopracciglia che sembrano la foresta nera ed è alto poco più di un metro e quaranta.
“Piantala” dice Polanca.
“Usciamo” dico io.
“Prima finiamo il vino” dice Bulgaria, che intanto ha smesso di cantare.
Finiamo il vino. Poi nessuno parla, stiamo tutti e tre fermi nelle nostre postazioni, intorno al tavolo della cucina. Evidentemente il sentimento di esclusione ha avuto la meglio sulla voglia di uscire.
Finché Bulgaria non si alza di nuovo e comincia a nitrire e a correre per tutta la casa come un mezzosangue anglo-arabo-sardo.
“Piantala” gli ripete Polanca. Quello però non può sentire, è lì nel soggiorno che galoppa a più non posso. Dopo un po’ torna in cucina e invece di sedersi sale su una sedia.
“Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento…”
“ Bulgarì, ma si può sapere che cazzo ti ha preso? Finiscila con queste stronzate” gli dico, cercando di mantenere un tono calmo. “Piuttosto vai giù a prendere un’altra bottiglia, il bar è ancora aperto.”
“No, ora non posso, ora sono nella mia fase poetica. E poi stavo pensando a noi tre. Possibile che a noi non ci prende mai l’incantamento?”
“Tu ti sei incantato anche troppo, per i miei gusti. E poi per te, se continui così, non ci sarà mai nessuna Monna Lagia” gli dice Polanca.
“Cosa c’entrano le donne, adesso? Parlavamo di cavalli” replica, Bulgaria, un po’ stizzito.
Subito dopo esce. Torna con un altro fiasco di Cannonau. Riempie i bicchieri e riattacca: “Il galoppatoio. Cosa ne pensate della questione del galoppatoio?”
“E bastaaa!”
“E’ importante, è la politica, cavolo! Nei giornali non si parla d’altro.”
“Veramente la notizia del giorno sono le ghiandaie che hanno tentato di rapinare il gioielliere.”
“Anche quella è politica”
“Sì, la politica dell’uccello.”
“Bisogna cavalcare la politica”, replica Bulgaria. E nitrisce.
Fa una breve pausa. Io e Polanca speriamo per un istante che si sia finalmente calmato. Invece riprende: “Cavalchiamo la politica!”
“Galoppatoi e cavalcanti”, ironizza Polanca.
E Bulgaria: “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io fossimo presi per incantamento…”
Non c’è scampo. Siamo a mezzo fiasco e a la notte è ancora lunga.
Era così triste, ma così triste, che a un certo punto si disse: quasi quasi divento cipolla.
Si concentrò come un asceta. E si fece cipolla.
Finì nel banco del verduraio.
Arrivò uno: “Vorrei delle cipolle.”
“Quante?”
“Non saprei.”
“Trenta?”
“No, basta una.”
Finì nel frigorifero di uno.
C’era freddo, porcomondo. E una patata marcia. Freddo e puzza di patata marcia.
Dopo un po’ di tempo che era chiusa lì dentro, pensò: quasi quasi era meglio prima. Ma non riuscì a tornare uomo triste, c’era troppa umidità. Però cominciò a germogliare, succhiando un po’ di goccioline. Così le sembrò di vivere. Male, certo, però almeno qualcosa si muoveva.
Un giorno, finalmente, uno (sempre quello) aprì il frigo. Forse cercava proprio una cipolla.
No, cercava una birra. Questo è scemo, qui non entra una birra da almeno tre mesi.
La cipolla era voltata di spalle, si era messa così per non vedere la patata marcia. Allora fece uno sforzo sovrumano (sì sì, proprio sovrumano) e si girò di fianco: voleva guardare in faccia uno.
Quello aveva tutto il naso arricciato e gli occhi come un cocker e le labbra all’ingiù e la barba di due giorni. “Cazzo, sono io!” esclamò la cipolla. E proprio mentre lo stava dicendo, vide che il tipo si stava concentrando come un poeta estemporaneo.
Dalla radio riuscì anche a sentire: ascolta si fa sera, ti parla padre Francesco Gaetano.
Alle volte, lungo il percorso che mi conduce al lavoro, mi perdo. Non è che sbaglio strada, dopo vent’anni che faccio lo stesso tragitto, questo sarebbe impossibile. Però mi perdo con i pensieri, mi inoltro in sentieri inaspettati, voglio dire.
Al lavoro ci vado a piedi, tutti i giorni, dal lunedì al sabato. Esco di casa alle otto del mattino e dopo dieci minuti sono in ufficio.
Conosco ogni cosa di queste poche vie che attraverso, saprei camminarci anche ad occhi chiusi. So distinguere uno per uno i ciottoli di Via Larini; riconoscere ogni singolo anfratto di Via Tomaselli; potrei ravvisare le minime trasformazioni causate dal tempo o dall’uomo in Via dei Gerani.
Posso descrivere la fattura e il colore delle persiane, l’intonaco scrostato del Palazzo Bertelli, le inferriate arrugginite al piano terra del civico 14, le macchie di umidità sotto i cornicioni di Casa Veroni. Nello stesso tempo, potrei ripetere i numeri di targa delle auto parcheggiate. O la forma delle due parole scritte con lo spray sulla serranda del bar tabacchi, quelle che dicono che Fronteddu è un coglione.
Forse è per questo che mi perdo in altri pensieri, perché non c’è più niente che mi sia sconosciuto, niente, dentro il quartiere, che possa attirare la mia attenzione. Giusto quando nevica c’è qualcosa da osservare, ma qui non nevica quasi mai. E così i dieci minuti diventano, alle volte, un breve sogno ad occhi aperti, un desiderio irrealizzabile. Nella maggior parte dei casi, si tratta di uno spazio della fantasia che chiude le porte alla realtà tangibile dei cinquecento metri di città. Piccole fantasie senza pretese, miscugli di ricordi e speranze, qualcosa che ha a che fare, in ogni caso, con la finzione. A volte possono essere semplicemente dei numeri, dei numeri che mi ripeto all’infinito per cercare di capirne il significato profondo. In altri casi i nomi di alcuni oggetti: scrittoio, trasformatore, cornice, per esempio.
Quando sono più fortunato, però, mi accompagna la visione di una donna, una ragazza conosciuta molti anni fa, Margherita, la luce della mia vita. Margherita che un giorno mi baciò.
Ultimamente mi fa compagnia più spesso. E’ proprio bello che lei si presti così generosamente ad accompagnarmi per la via, mi fa sembrare il principio delle giornate assai più lieve, il lavoro che faccio meno noioso.
Eppure, qualche giorno fa, proprio mentre guardavo le gambe di Margherita -senza che lei se ne accorgesse, ma sperando che prima o poi capisse il mio amore- mi è successo qualcosa di inaspettato. A un certo momento, davanti al monumento di Piazza Mazzini, ho avvertito una strana sensazione che non sono riuscito a decifrare. Era un disagio, un fastidio alla nuca, improvviso, come quei ronzii che mi capita di sentire la notte sotto le coperte. Per un istante ho perso di vista le gambe di Margherita e sono tornato alla realtà. Mi sono voltato, allora, e ho guardato in direzione delle panchine che circondano il soldato di bronzo con il moschetto. C’erano i soliti quattro vecchietti che in genere stanno lì da prestissimo: niente di cambiato dall'ultima volta che li avevo salutati, mesi prima.
Ho guardato di nuovo davanti, decidendo di camminare un po’ più spedito e di tentare di riacchiappare l’immagine di Margherita, di riprendere il sogno dal punto esatto in cui si era interrotto. Ho fatto dieci passi, passi lunghi, precisi.
Ma il fastidio continuava a pesarmi.
Sono tornato indietro e ho guardato di nuovo i vecchi. C’era, in realtà, qualcosa di diverso dal solito. Non parlavano fra di loro, non si scambiavano opinioni come li avevo sempre visti fare ogni giorno, dal lunedì al sabato, alla stessa ora, alle otto e dieci minuti, in tutti quegli anni. Erano come impietriti, sembravano anche loro caduti nella immobilità eterna del soldato, guardavano dritti davanti a loro e sembravano, come me, persi nel sogno. Mi sono avvicinato.
“Buongiorno”, ho detto, con un sorriso.
Non mi hanno nemmeno guardato. Allora mi sono seduto nello spazio vuoto di una panchina, vicino al signor Adelmo. E ho lasciato passare il tempo, così, in silenzio, inseguendo le possibili rotte dei loro sguardi. Ma, per quanto mi sia sforzato, non sono riuscito a perdermi di nuovo.
Poi, dopo circa mezz’ora, finalmente Severino ha parlato.
“No, le nostre parole non contano.”
“Invece sì, contano eccome!” ho detto io. “Anzi, perché non mi raccontate una delle vostre storie?”
“Non abbiamo più storie, ce le stanno cancellando” ha detto il signor Corrado, il più vecchio dei quattro. "Ogni mattina siamo qui, concentrati nello sforzo di recuperare qualcosa, ma quando arriviamo alla nostra gioventù c’è sempre quello lì, il Revisionista, che ci blocca.
“Già, e ci dice di tornarcene alle nostre panchine” ha aggiunto tristemente Giovanni.
“Che tanto presto non ci saremo più, al diavolo le nostra resistenza. E che Lui potrà tornare ad occuparsi di faccende ben più importanti che le nostre stupide guerre. Poi ci conduce in uno stanzone e ci lascia lì dentro.
“ Non c’è niente, nello stanzone, niente. Solo bianco” ha aggiunto Adelmo. “ Ci lascia uscire solo per qualche minuto e poi… ecco, ora dobbiamo tornare, ci sta chiamando.”
A quel punto, tutti e quattro si sono fatti silenziosi come prima. A me il senso di fastidio non era ancora passato.
Me ne sono tornato a casa, lentamente. Ho telefonato in ufficio, dicendo che mi sentivo poco bene e che non sarei andato al lavoro. Per tutto il giorno Margherita non è più tornata.
I fizzi pregontavano ai babbi il proite dell’assuttura nella tanca crebata, le nuvole aisettavano, attunzine, sopra le laghinze belanti di sidio. Ma non progheva.
Gli anzoneddi pedivano latte alla verveche lanza, il crabalzo rasigava anche i crasti. E tutto era grogo, anche le care dei pizzinni, gli ozzastri, le abbe del mare.
C’era fiago di morte, nella bidda, con i puzoni nigheddi che tichirriavano in cielo per la presse di mangiare.
Allora muttirono Tia Badora, dalla bidda vicina, per fare la mazzina contro Brusore Siccagno, il demonio puzzinoso della siccità.
Tia Badora, col corro di murone e la rughitta sua di legno di salighe, arrivò a Berruìle, all’arvorino di un giobia. Non allegò con nessuno, manco con pride Basile, che era un po’ il mere di tutto, anime e trigo, decime e massargi.
Si apposentò nella piatta manna, sulla cadira di oltiggio fatta a mano, e per una die intera abbaidò verso i zassi dell’aria che parevano più ainnedda. Col corro pintava dei sinzi nel boido e narava peraule pitticche, frimme: “ru- aisè- trubà- su gò”. Ammuntata col mucadore manno, si vedevano solo le pibiriste serrate sugli occhi, faceva un azzico di timoria, come il traigolzo nelle notti d’estate. Pusti di benti e passa ore, si pesò rizza. Poderando la rughitta nella mano manca, la ammustrava in tutte le ale e gruspiava, arrennegata, irrocando contra le alture. Subito un lampo ruio sinzò l’aera e si intese un muido zigante che insordava le oricre.
Issa andò via, muda come una croca, istracca e in tristura, senza ortarsi nel cammino.
E allora cominzò a proghere, a proghere guttie beneitte, di quelle che infondono lestre. E molto.
Troppo.
Dopo un mese la muttirono di nuovo per fare il fattuzzo contra l’abba mala.
E’ all’intrinada che Badora lompe a Berruìle.
Il cielo è nigheddo che trumento. I gutturi, in ghirio alla chiesa, sono traìni che trazano tutto, arghe e orassioni.
Con la mòida dell’abba, si sente il rosario precadorio, il pianto leno di un piseddo, una femmina che abboghina “innoromala”.
Badora non ascolta, va deretta alla piatta, sotto il cherco antigorio.
Prende tredici codule e i rampitti tenneri che trova. Un rampo lo strazza dall’arvore. Con quello pinta un chilcio per terra e dentro il chilcio assenta le prede e i chilcaggi, in manera strambeca.
Pusti, da una bertuletta cuata sotto il mucadore manno, sbaganta tutto in meso alla figura: sei carramerda muovono lestri le farranche, fino ad agattare il ledamene tondo. E, troulando le bozzitte, cercano l’uscita fra gli arreschidolzi di quella presone. Badora pompia, marmurata, e arripete una rima: “èssinde a pizzu, de grodde su fizzu, èssinde a fora, su male in bonora”.
Cola un po’di tempo, prima che un carramerda agatti la strada giusta per uscire dal chilcio. Solo allora, Badora alza gli oggi per abbaidare le nuvole. Luego smette di proghere.
La maghiarza remunisce tutto nella bertula e, impresse, s’incammina per ghirare alle làcane di domo sua.
Il manzàno a pusti, mentre all’arvèschile si reca ai cunzati suoi per assentare i danni della temporada, Bachis Barui scopre che don Basile si è infurcato. Quando vede la carena del pride, appicata con la fune alla nae manna del cherco, il massaio s’iscanza in un risito. E pompia il sole, che sta pigando dietro Monte Pitzinnu.
Alla stessa manera, nel matessi momento, più ainnedda, anche Badora pompia il sole. E s’iscanza pure issa.
C’è un calore stravanato. Troppo stravanato per l’ora che è.
Quando colavano i corridori del Giro, la zente di Sunis assortiva a trume alla carrela manna, allo stradone catramato. Durava una serrata d’ocro quell’ispanto di colori, la tiligherta di rode che sulava, dall’aputecaria al camposanto, ma niuno poteva mancare all’oddobio di festa.
Gimondi e Motta, Adorni e Bitossi, frimmavano il tempo. E le ucche dei vezzi si facevano tunde cheppare a quelle dei piseddi. Era come una bisione, un pessamento galano che ti rugava lestro dentro la conca, di quelle cose che se ne ghirano impresse. Ma, mancari la lestresa, un traino di allegria arrumbava nell’aria per la die intrega. E a me mi paria che arribava il berano e la lepiesa umpare.
Tando, nel vortaedìe, me ne andavo in bricichetta alla campagna di Nalbones: ero Gimondi, e la pigata di Monte Codes era il Mortirolo.
Gli usciarei bianchi, le piante di cherco, i crasti, le ferule alte, tutti ziarravano pro me, mi trubavano per azzudarmi a binchere. Non potevo artiare i brazzi dal manubrio, con tutta le pedra e i toffi che c’erano, ma saludavo con una mòdia pitticca della conca o naravo grazie grazie, con una voghe bassa, a cuscusino, cuntento come una pasca.
A pusti della premiazione, istracco come un aino e tutto suerato, mi corcavo nell’erva alta, abbaidando il chelo. Ascoltavo il muido del rio che era lì accurzo, il sono delle abi che chircavano frori sparti, qualche sonazzo più a innedda. Mi drommivo, il più delle volte, e sonniavo. Sonniavo che il Giro tornava a colare in quel guturino di Nalbones.
Devi cambiare il tuo punto di vista. Sei troppo ancorato al passato. Non servono più le categorie di una volta. Il mondo è cambiato.
Mi dicono così.
Allora io ci provo, lascio perdere le ideologie, i vecchi simboli. Mi metto in testa di fare tabula rasa. Dimentico tutto, vado, dritto per dritto, alle magnifiche sorti e progressive: sono un democratico anch'io, in fin dei conti, sono un uomo nuovo!
Guardo e riguardo. Angolazioni diverse, distanze corte e lunghe, prospettive inusuali, cambi di luce: mi sforzo, insomma. E alla fine qualcosa mi sembra di vedere, mi pare di scorgere un profilo nuovo, come dicevano tutti.
Ma se appena appena chiudo gli occhi e li riapro, mi accorgo che è un trucco. Questo "nuovo" è più vecchio di prima. Un logoro gioco.
Dunque, come vi dicevo, sento lo scampanellio della poesia.
Chi sarà mai a quest’ora della sera?
La poesia, mi dice.
E che vuoi?
Volevo farti notare che hai scritto “motocarro”.
Sì, ieri, guardando il cielo. L’ho visto, è colpa tua.
Avrei detto vaghe stelle
dell’Orsa.
Ma era nuvolo, perdinci. Inoltre ero di corsa.
Ah, però!
E poi…
Poi cosa?
Sono un po’ futurista.
Come, un po’?
Motocarro.
E' rimasta prima muta come una croca (la croca è la solita lumaca), poi ha cominciato a balbettare, co-co-co co- n-
Così si è ritirata. Glielo faccio vedere io, il busillis.
Quando mi sveglio con la poesia in corpo, come stamattina, non posso trattenermi. Ce l’ho a profusione, sono un po’ come Gastone.
Il tempo è incerto, il cielo è coperto, ma solo a tratti.
Allora, tanto per dire, ho detto: lattiginoso. Mi è venuta così, d’emblée.
Poi ho detto anche: Il sole è una frittella, nuvole di mascarpone, un motocarro.
Che immagini, che cantore!
Adesso però ho fame.
Ero lì da oltre un’ora, erano quasi le tredici. Avevo sfogliato tutti i settimanali, anche quelli senza la copertina, del 2005, pieni di orecchie e con qualche pagina mancante. Mi ero chiesto a chi può venire in mente di strappare una pagina di Novellacinquemila e fregarsela, che ci si può fare con un ritaglio del genere. Farlo leggere alla vicina di casa e urlare “ vedi, avevo ragione io, il tipo era fidanzato con la tipa, ecco la prova”? Appenderselo all’armadio della camera da letto e guardarlo prima di addormentarsi? Oppure farsi venire pensieri sconci e smanettare dopo essersi chiusi a chiave dentro il bagno? Non avevo trovato alcuna risposta.
Uno sguardo anche a una rivista di cucina vegetariana e a un allegato di un quotidiano che raffigurava belle donne, rossetti, tacchi a spillo e pellicce di ermellino. Ma faceva un caldo infernale e quindi l’avevo mollato quasi subito. Allora avevo preso a smangiucchiarmi l’unghia del pollice sinistro e a cancellare i messaggi che ingombravano la memoria del cellulare. Quasi tutti, avevo lasciato solo quelli dove Maria affermava di amarmi in un modo speciale, anche se non era il modo che volevo io, e che non aveva intenzione di perdere la mia amicizia mai e poi mai. Anche dove scriveva che quella sera aveva un impegno ma avrebbe tanto voluto farsi una chiacchierata con me e… e trinta e baranta. “E compagnia bella”, se non avete voglia di tradurre i numeri o se vi sentite un po’ giovani Holden nell’anima.
Poi avevo guardato fuori dalla finestra: si vedevano solo palazzoni grigi e panni stesi, una visione sconsolante per la mia condizione che richiedeva invece prati verdi e margheritine di campo.
Insomma avevo fatto tutto ciò che normalmente si deve fare nella sala d’attesa del medico di famiglia. Eppure il tempo non passava mai. E prima di me c’erano altre quattro persone, io ero l’ultimo.
Visto che la media per ogni visita erano quindici minuti, calcolai che dovevo passare un’altra oretta seduto nello scomodissimo divanetto di vimini dal colore indefinito, tipo pelo di cane che fugge. A sudare e a rompermi i coglioni.
Non mi restava altro che mettermi a pensare. Ma non era giornata, non mi veniva niente di interessante, forse perché ero stanco fatto. E finito.
Allora cominciai a guardare gli altri pazienti che intanto continuavano a sfogliare a manetta con una specie di bulimia da giornali scaduti.
La signora seduta di fronte a me era una chiattona di centoventi chili. Indossava una dozzinale tuta da ginnastica extra large che non riusciva per niente a nascondere le sue masse adipose. Ogni tanto sorrideva, come se l’articolo che stava leggendo la riempisse di soddisfazione. Chissà perché a un certo punto me la immaginai nuda, stesa sul letto, con quello stesso sorriso. Immaginai di sdraiarmi sopra tutta quella mollezza così accogliente, di respirare piano e di contare le pecore. Sentii che mi stava venendo duro e immediatamente distolsi lo sguardo, spaventato dalla strana sensazione.
Sì, ero come agitato, il cuore mi batteva in modo irregolare e ogni dieci secondi sentivo come una stretta all’altezza dello stomaco. Ma non era lei, no, non era la donna cannone a crearmi disagio. Il principio di erezione involontaria era dovuto a quei maledetti medicinali che stavo prendendo, la tizia non aveva niente di particolare che potesse colpirmi, a parte i rotoloni di lardo e il calore che sembrava emanare dai miliardi di pori della sua enorme superficie corporea.
Così anche la vecchietta vicina al termosifone. Aveva una di quelle strane tinture che si fanno le ottantenni che frequentano l’università della terza età, i capelli viola, ma l’aspetto era quello di una nonnina minuta che avevano raggiunto la serenità della fine imminente. Una come tante altre, di quelle che si possono disegnare nelle fiabe moderne o nelle pubblicità dei biscotti.
Tanto meno poteva interessarmi il giovanotto palestrato seduto all’angolo che deformava la fantasia a rombi della sua maglia di cotone con il gonfiore dei muscoli pettorali. L’unica cosa che mi chiesi era che ci potesse fare uno così dal medico, uno che sembrava il rappresentante della salute che scoppia. Forse era davvero un rappresentante, l’informatore farmaceutico che faceva ordinatamente la fila. Non mi fu molto simpatico, se non ricordo male provai una certa invidia per la sua forma fisica e per l’abbronzatura lucida messa in risalto dagli occhiali da sole con montatura bianca che gli facevano da ferma capelli. Pensai però che fosse uno di quei citrulli che collezionano provini per trasmissioni televisive di successo. E infatti era tutto preso dalle fotografie di un settimanale che trattava solo di reality show. Dentro di me pronunciai un categorico “Pfui, sei malato!”
Dopo un po' ripassai tutti in rassegna. Tutti leggevano o continuavano a sfogliare avidamente, nessuno pronunciava una parola o un suono di disappunto per quell’attesa snervante. Erano come morti, e io non riuscivo a capire che cosa mi stesse inquietando.
Finché il mio sguardo non si posò sul signore che mi stava affianco. Doveva essere un muratore o qualcosa del genere. Lo dedussi dal biancore della porzione di pelle che il colletto sbottonato della camicia a quadri lasciava intravedere e che faceva a pugni con il colorito bruno del viso e delle mani. Ma non fu neppure questo a colpirmi. Ciò che mi fece andare nel pallone, e che evidentemente aveva provocato la mia ansia fin da quando ero arrivato e avevo chiesto “chi è l’ultimo”, fu il suo orribile naso.
Ho sempre avuto una sorta di idiosincrasia per i nasi strani, fin da quando ero bambino. Probabilmente tutto risale a quando mi costringevano a soffiare in continuazione dentro un fazzoletto, a quando mia madre e le mie sorelle sembravano divertirsi un mondo a torturarmi le narici, soffia che ce n’è ancora, soffia più forte, soffia di nuovo! Da allora non avevo fatto altro che osservare i nasi delle persone, avevo cominciato a pensare che i nasi mi potessero parlare della felicità o dell’infelicità della gente. Quando ne vedevo uno un po’ più grosso, uno più lungo, uno più arcuato del solito dicevo: “Ecco, questo è uno che nella vita ha sofferto tanto, glielo hanno soffiato tantissimo.” La storia di Pinocchio non poteva che essere una conferma alle mie teorie, e presto mi identificai completamente col personaggio triste di Collodi.
Col passare degli anni, poi, andai sviluppando l’idea che la storia dell’umanità è in buona parte determinata dai nasi e anche Cleopatra divenne un mio mito. Per non parlare di Gogol e del suo illuminante racconto.
Ecco, ora, per l’appunto, mi sentivo come il barbiere Ivàn Jakovlèvic nel momento in cui aveva scoperto dentro il suo panino il naso dell’assessore collegiale Kovalev, sentivo lungo la schiena lo stesso brivido di orrore che doveva aver provato il povero artigiano russo. Il naso del muratore era mostruoso, era la sintesi di tutte le sofferenze umane. Deforme, enorme, repellente. Non saprei descrivervelo con precisione, tutto quello che posso dirvi è che assomigliava a una gigantesca patata di Gavoi, a un tartufo dalla superficie verrucosa: uno spettacolo indecente. Ma quello che mi fece sentire così male, tanto da farmi girare la testa e farmi venire i conati di vomito, fu la vista dei peli che fuoriuscivano dalle due cavità di cartilagine. Grosse vibrisse che spuntavano per almeno un centimetro, nere come la paura.
No, non potevo rischiare di incontrare di nuovo quell’uomo, ne sarebbe andato della mia salute mentale. Aspettai che si calmasse un po’ il capogiro, presi un lungo respiro. Poi mi alzai. Nessuno, presi com’erano dentro le pagine, mi guardò. Neppure quando estrassi la pistola dalla fondina. Forse qualcuno di loro fece in tempo a guardarmi mentre premevo ripetutamente il grilletto. Ma questo non posso saperlo.
Un giorno dopo l'altro
si sta facendo sempre più tardi.
Dentro la notte
l'ora senz'ombra
memoria del vuoto
oblio.
La vita è altrove:
Il quinto passo è l'addio
il lungo addio.
...............................
Ricorda con rabbia
la bella estate
il filo dell'orizzonte
il guizzo irrivirente dell'azzurro.
Chiedi alla polvere
l'urlo e il furore
le parole per dirlo.
Un giorno questo dolore ti sarà utile.
Si chiama poesia dorsale, l'idea e stata lanciata da questi signori.
Io ci sono arrivato, come spesso succede, attraverso quel giocoliere di zop
Insomma, prendete un po' di libri, fotografateli, fateli parlare.
Di getto senza virgole privo di forma parole scompigliate un vento che impazza sull’erba alta di Maggio un rubinetto che perde. Così, dietro il fumo che aleggia nella stanza i lunghi pomeriggi di palleggi con una pallina di carta e notti oscure sulle stesse righe di un libro. Una fetta di luce che filtra, ormai logora, sulla parete di lato. Reggimenti di cuori che sbandano in corsa.
All’improvviso penso all’asino di Sunis, all’asino che s’impuntava e non ne voleva sentire di andare avanti. Né avanti né indietro. Il padrone era costretto a lasciarlo lì, allora, in mezzo alla strada, in quel punto che diventava il suo mondo, l’unico mondo possibile. Immobile come una statua, mentre qualcosa si mangiava l’anima della bestia testona.
Si offre in sacrificio alla malinconia e nessuno può volergli bene, dicevo. Nessuno, dicevo. E mi sembrava di vedere le sue lacrime, prima che riprendesse la via.
Uno dei cuori si perde nei vicoli del secolo andato, andato con la saggezza di un vecchio che si ritira silenzioso e in buon ordine. Quando il mondo era ubriaco di vita, il sogno di una cosa era una magnifica mattina di dubbi. A parlare con il vecchio di rivoluzioni possibili, la storia, oppure silenziose alleanze per cercare di capire senza troppe convinzioni e senza la ragione che consola. Contadini e operai e studenti, nel buco di Via Torres comunista, nel freddo senza scampo, sperduti nell’isola sperduta, eppure nel mondo al centro del mondo.
Un altro cuore dice di Roma, Trastevere vent’anni fa, a casa di Fernanda Pivano, lei che parla di Dylan, di Gregory Corso, di Judith Malina vestita di chiffon nelle strade di Milano coperte di neve. Lei bellissima - un ricordo sopra l’altro- noi con la bocca a forma di sorpresa e un modo di pensare che già si caricava di inaspettate nostalgie. Pronti a dare battaglia, nei paesi dell’interno “ho visto, ho visto, ho visto” in chiassose feste di campagna o fra cinque spettatori non convinti. Noi sì, noi eravamo la poesia, il metro del respiro, il Santo Bronx, l’ingenuità del canto disperato, l’ebbrezza del futuro.
Un giorno che me ne andai a scoprire i luoghi dove i pastori diventarono operai, le miniere l’eldorado. Con la donna che amavo, per vedere se dietro la collina c’era l’eternità, se dai pozzi si poteva sentire una voce, raccontami dello sciopero, parlami lentamente.
Passeggiamo lungo la spiaggia, dopo, ci sono gli occhi di Santa Lucia, sotto il sole. Speriamo senza dirlo. E c’è un pescatore, nascosto sugli scogli, che getta la pastura e aspetta. Poi ci guarda e ci sorride, forse è Dio.
Un'altra fuga mi porta nel vuoto, con l’occhio del sogno, oltre il ricordo. Incapace di inventare, né avanti né indietro, come l’asino di Sunis. Qualcosa che si mangia l’anima. Senza forma.
Annulla ogni possibilità di rimpianto, lasciami poche parole, un’ immagine di quella mattina quando andammo a fare un bagno vicino alle dune - tu mi guardavi mentre io disegnavo quadrati sulla sabbia- i lunghi silenzi e l’odore aspro del mare.
Toglimi questo buio, fatti di pura carne, c’è tutta la notte davanti e possiamo ancora tremare di voglia come gatti che puntano la preda, aspettare l’alba con la mente vuota che piano si riempie di torpore e sogni e ricordi nuovi.
Stavi seduta due file più avanti, ricordi? Per tutto lo spettacolo non feci altro che guardarti, nella poca luce che veniva dal palco e che di tanto in tanto rischiarava i tuoi capelli. Incrociammo i nostri sguardi, alla fine, e un sorriso impacciato mi fece dire cose senza senso, ti parlai di un mondo passato, delle antiche storie dei padri. E prima di salutarti ti dissi “Io sono il vostro poeta, signorina!”
Questa è l’ora in cui tutti dormono, siamo soli, possiamo riempire da soli questo poco tempo che resta sospeso. Da soli elencare le nostalgie da mettere in salvo.
Parlami, resterò qui, impalato, ad ascoltarti.
Poi, guardando questo strano disegno, inevitabilmente mi fisso su due lati del triangolo e continuo a vedere una "L" al rovescio. E' una illusione ottica, evidentemente, ma nella testa (malata) si forma quest'altra frase: AI LATI LA "L" (al rovescio)
Un triangolo rettangolo, la "L" aerea...
insomma L'ALITALIA
Il finanziere SOROS potrebbe essere un predestinato.
Avevo sperato di non giocare con le parole. Avevo creduto, fino all'ultimo, di non dover mai dire: Manca: l'alternativa di sinistra.
E invece eccomi qui, con lo spettro che si aggira.
Perché ho sempre votato a sinistra.
Perché non riesco neppure ad immaginarmelo un paese senza la sinistra.
E lo so, lo so, che il centro dello scontro politico si può situare anche altrove, che le battaglie si potranno combattere fuori dal parlamento, che c’è bisogno di una ricostruzione. Lo so, ma io non riesco neanche a sopportare l’idea che la Sinistra non abbia una rappresentanza politica. Perché questo paese ha avuto il più grande Partito Comunista in Europa.
Perché nei giorni scorsi sono morti altri tre lavoratori, qui in Sardegna. E l’ultimo l’hanno trovato, dopo molte ore, con la testa dentro un tombino di un parcheggio sotterraneo. Con la testa immersa nell’acqua. E ho pensato a Narciso che non vede più la sua immagine, alla solitudine degli operai.
Perché sono stanco di sentirmi ripetere che il progresso si misura col Pil.
Perché non mi piace il modello liberista. Perché non mi piace il modello americano. Perché non mi piace una legge che prevede 43 possibilità di sfruttamento. Perché mi fa paura le parola “meritocrazia”. Perché mi spaventa la detassazione del lavoro straordinario.
Perché metà della mia famiglia è in cassa integrazione.
Perché sono cresciuto con Pintor e da ragazzino vendevo l’Unità ma leggevo il Manifesto.
Perché sono sempre stato dalla parte di Pietro Ingrao.
Perché mi sembra assurdo che venga definito conservatore uno che vuole difendere la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori.
Perché non c’è niente di progressista nel lavoro precario e nelle nuove forme di caporalato.
Perché sono, come sempre, combattuto dal dubbio e dalle contraddizioni. Ma sono sempre stato così.
Perché non riesco a separare la politica dalle emozioni.
Perché Polanca, ieri, mi ha detto: “E’ un voto utile. E se non lo sarà stavolta, forse non lo sarà mai più.” E mentre lo diceva, parlando lentamente, ho avuto la sensazione che la sua voce fosse più debole, quasi un soffio. Mi è sembrato di vedere i suoi occhi farsi più lucidi.
Ma no, questo è impossibile.
Sono sopravvissuto a uno scambio di vedute con la mia fidanzata, ma ancora ne porto i segni, ho la testa incasinata come i ripiani del mio frigorifero. Per un po’ cerco di capire cosa ho sbagliato, faccio l’analisi del testo:
-Tu non mi ami più come una volta.
-Ma certo che ti amo.
-Allora perché non mi guardi negli occhi, mentre parli?
-Ma stavi guardando la tv!
-E poi hai usato quell’espressione…
-Che espressione?
-Hai detto “rocambolesco”.
-E allora?
-Lo hai detto in modo strano, se