imprentas impresse

segni di passaggio

Chi sono

Utente: birambai
Bobboti
Tor-Blognovel

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
mercoledì, 04 novembre 2009





“La mesòn de Grasia Deleddà ? Set isì, venez avec muà”.
Parla francese Celestino Massidda, si affanna a dare indicazioni precise. Quando vede uno sconosciuto che si aggira nel suo quartiere, pensa subito che sia un turista d’oltralpe. E gli parla nella sua lingua. Perché lui in Francia c’è stato per diversi anni quando era giovane e faceva il piastrellista a Lione.
Fa anche una specie di piroetta, a mo’ di saluto, poi si inchina e si presenta: Selestin.
Però quasi sempre quelli gli rispondono in sardo. Qualche volta in italiano.
Celestino se ne va via deluso, scuotendo la testa e brontolando cose incomprensibili. “Arrangiatevi” è l’unica cosa che si capisce.
Allora, per sconfiggere la tristezza, torna a casa e si mette a preparare i bocconcini di mollica. Dentro ci nasconde le monete da un centesimo. Ne prepara un bel po’, li sistema dentro un sacchetto di plastica e poi torna in strada a distribuirli ai piccioni. Quelli, affamati come sono, divorano tutto.
Celestino Massidda spera che qualcuno veda i piccioni cagare soldi. Spera che qualcuno si illuda sul senso della vita.
postato da: birambai alle ore 18:39 | link | commenti (3)
categorie:
martedì, 03 novembre 2009




“Ora devo proprio andare” disse l’uno.
“Così presto?” chiese l’altro.
“Sì, è un vero peccato” replicò l’uno. E aggiunse: “La passeggiata nel parco è stata davvero piacevole, accanto a lei mi sono sentito molto più bello e più intelligente”.
“Cosa intende dire?”
“Poche storie, se fa un confronto fra noi due, io la supero in tutti i sensi”.
“Lei è un presuntuoso”.
“Ma lei è davvero mediocre. E ha la pelle che fa un po’ schifo. Comunque la ringrazio per la compagnia”.
“Oh, grazie a lei”.
“No, davvero, grazie a lei”.
“Non insista”.
“Insisto”.
“Se è così…”
“Ora devo andare, non vorrei fare ritardo”.
“Ha un appuntamento galante?”
“Come ha fatto a capirlo?”
“Si vede da come cammina nervosamente. In più non ha ascoltato una parola di quello che ho detto finora. Quando uno è così distratto è perché c’è una di mezzo una donna”.
“Non si illuda. Il suo spirito di osservazione non mi fa cambiare idea su noi due. Io rimango di gran lunga superiore a lei”.

A questo punto i due uomini tacquero. Nel silenzio che seguì, entrambi poterono sentire il canto di un uccello nascosto nelle fronde degli alberi.
“E’ un usignolo” disse uno.
“Non dica sciocchezze, è una cinciallegra” ribatté l’altro.
“Forse ha ragione lei”.
“Certo che ho ragione”.

L'uno e l'altro, nuovamente,  rimasero in silenzio, come se avessro finito gli argomenti di conversazione. Uno guardò per l'ennesima volta l'orologio. L'altro disse:
“E ci va vestito così?”
“Dove?”
“All’appuntamento”.
“Quale appuntamento?”
“Ha appena detto che ha un appuntamento con una donna”.
“Sì, lo confermo”.
“E dunque?
“Dunque cosa?
“Ci va così vestito?”
“Ha qualcosa da dire sul mio abbigliamento?”
“Non mi sembra molto curato”.
“Badi al suo, di abbigliamento. Ha una giacca orribile”.
“Ma io non devo incontrare nessuno. E comunque, al suo posto, avrei messo qualcosa di elegante”.
“Vedendomi elegante lei potrebbe chiedersi come mai mi sono vestito così”.
“Lei chi?”
“La ragazza che devo incontrare”.
“Deve incontrare una ragazza?”
“Sì, fra dieci minuti".
“Aveva detto una donna”.
“E’ una donna giovane”.
“Allora fa bene ad andarci così”.
“Non lo so se faccio bene. Lei potrebbe anche pensare che non mi sono vestito elegante perché non ci tenevo abbastanza all’appuntamento”.
“Veramente non penso niente di tutto questo”.
“Lei, la ragazza! Non lei lei”.
“Oh, mi scusi”.
“Vede che avevo ragione a pensare che lei sia molto inferiore a me”.
“Sì, forse ha ragione. Lei è più sveglio. Però non deve lambiccarsi troppo”.
“Lambiccarsi?”
“Sì, non si lambicchi”.

Uno reiterò la parola “lambicchi” e cominciò a ridere. Poi sputò per terra e guardò l’altro con commiserazione.
L’altro ascoltò di nuovo il canto degli uccelli.
postato da: birambai alle ore 19:08 | link | commenti (2)
categorie:
giovedì, 29 ottobre 2009





Questo fatto è accaduto la mattina del 23 di Settembre, il giorno dell’equinozio. Non credo che c’entri nulla con la diminuzione delle ore di luce, ma non posso dirlo con assoluta
certezza.
Giambasilio Murrone, dopo aver indossato le scarpe nuove, disse: “Le devo provare”.
“Dovrai fare una passeggiata” propose una voce.
“E’ quel che farò”.
In casa non c’era nessuno, dal momento che Giambasilio abitava da solo, e per un po’ si chiese da dove potesse arrivare quella voce che gli veniva da dentro a suggerirgli le cose. Non trovò una risposta convincente e la sua voce interiore, in quel caso, non lo aiutò.
Uscì verso le undici e tre quarti.
“Sono troppo lucide, faccio la figura del signorino”. Ma una vecchia con un sacchetto pieno di castagne gli passò vicino senza neppure guardarlo.
“Beh, però, per quello che mi sono costate, sono delle ottime scarpe. Fondo in cuoio e pellame di prima qualità. Mi ci devo solo abituare”.
Aveva già fatto trecento metri, con le suole nuove che risuonavano ad ogni passo, e stava per tornare indietro: “Ora vado e scrivo un racconto che lascerà stupefatti tutti i lettori”.
“Non proprio tutti” lo ammonì la voce.
Così pensando svoltò a destra, in Via Pintorserra. Fu lì, vicino alla casa di Pietro Perino, che vide la fila di formiche. Migliaia di piccoli esserini andavano uno dietro l’altro, formando una linea sottile che si perdeva in un punto imprecisato. Giambasilio Murrone, incoraggiato dalla voce, decise di scoprirlo.
Dovette fare altri dieci passi per arrivare in Piazzetta Bonghi.
“E’ un bellissimo formicaio, non ne vedevo uno così da quando ero bambino”.
Si chinò e cominciò a osservare le formiche.
In quel momento arrivò uno sconosciuto. Si avvicinò a Giambasilio e chiese: “Mi sa dire dov’è Piazza Bonghi?”
“Ci sta sopra in questo momento”.
“Ah, che stupido!”
“Già”.
Lo sconosciuto stava per andarsene. Poi, vedendo che Giambasilio scostava un po’ di terra con un rametto, chiese: “Ma che fa, così piegato?”
“Osservo le formiche”.
“ Lei è uno studioso?”
“No”.
“E allora?”
“Allora cosa?”
“Perché le osserva?”
“Perché mi va”.
Lo sconosciuto assunse un’espressione perplessa e arricciò il naso.
“ E cosa ci trova di interessante?”
“Lei lo sa che le formiche coltivano i funghi? E che vanno in ibernazione? E che si orientano col sole? E che trovano la via del ritorno contando i passi? E che…”
“No, non lo sapevo” disse lo sconosciuto, sempre più sorpreso.
“Ecco, adesso che lo sa mi lasci in pace”.
Il tipo, pensando di avere a che fare con un pazzo, se ne andò senza aggiungere altro. Giambasilio pensò a quanto è misera la vita di molti uomini.
Poi, avvicinando l’orecchio al formicaio, cercò di ascoltare il rumore del lavorio incessante delle operaie.
Ma ecco che la voce lo ammonì di nuovo: “Dovresti camminare ancora un po’, domani non puoi andare in ufficio con le scarpe così nuove”.
Stavolta, Giambasilio Murrone non le diede ascolto. Se ne rimase lì per altre due ore. Fece rientro a casa intorno alle quattordici. Nel tragitto contò i passi e, per lunghi tratti, camminò ad occhi chiusi. Prima di infilare la chiave nella serratura del suo portone, si chiese come mai i vivai sono così silenziosi e i mortai fanno invece tutto quel rumore.
postato da: birambai alle ore 11:49 | link | commenti (9)
categorie:
venerdì, 23 ottobre 2009



“Andatevene, tanto da qui non mi sposto!” Giampaolo Trillocci urlò di nuovo la sua richiesta. Intorno a lui si era  formato un capannello di persone curiose e la fila delle macchine che non riuscivano a passare si allungava di minuto in minuto. Trillocci era lì impalato, in mezzo alla via. Ogni tanto guardava in direzione del sole, finché gli occhi non gli lacrimavano. “Il mio cane pioverà dal cielo e atterrerà in questo punto”.
“Trillocci,il tuo cane è morto, devi fartene una ragione” gli disse Demetrio Faragone, cercando di appoggiargli una mano sulla spalla. Giampaolo Trillocci con un gesto rabbioso scostò il braccio dell’idraulico: “Vaffanculo!” disse, schiumando di rabbia.
“Andiamo, andiamo via, lasciamolo perdere” disse Giovannina Filia, rivolgendosi al marito in modo che tutti sentissero. Ma nessuno voleva perdersi la scena.
Allora arrivarono i carabinieri. “Venga con noi”.
“Al diavolo! Me ne andrò solo quando arriverà Ganzittu”.
“Chi è Ganzittu?”
“E’ il mio cane”.
“Il suo cane morto” gridò qualcuno dalla folla.
“Non è morto. E’ solo andato a farsi un giro. Ma oggi torna, lo so”.
Rimasero a discutere per altri dieci minuti. I vigili urbani, intanto, cercavano di indirizzare il traffico sulle vie parallele.
L’appuntato Corniola ricevette una telefonata. “Agli ordini!” rispose, prima di chiudere la breve comunicazione. Poi, con fare deciso, cerco di immobilizzare Trillocci. Ma Trillocci si gettò per terra e cercò di mordere una caviglia dell’appuntato.
“Non sapete niente neppure della vostra vita e ora pensate di conoscere i viaggi di Ganzittu…”
 Adesso aveva una voce roca, più debole, e la sua faccia toccava l’asfalto.
Ma Corniola non era tipo da farsi commuovere. Afferrò il manganello e cominciò a picchiare sulle gambe e sulla schiena di Trillocci.
Fu in quel preciso momento che una nuvola, arrivata all’improvviso, si mise davanti al sole.
Il primo a notarla fu Mariolino, il figlio piccolo dell’avvocato Tiddia. “E’ il cane, è il cane!”
In effetti aveva la forma di un cane. Ma poteva essere anche un cavallo. O un ippopotamo magro.
postato da: birambai alle ore 18:59 | link | commenti (5)
categorie:

Al  crepuscolo il goi e gai aveva ormai attraversato il paese. Come il venticello novembrino, che dalla mattina aveva cominciato a soffiare da Monte Gollasi, era arrivato ovunque, perfino nelle strette viuzze dell’antico rione di San Basilio. Era penetrato nelle crepe dei muri, nelle rugginose tubature, sotto gli stipiti delle porte malandate. E le umide case lo avevano inghiottito.
Chi vi abitava - le poche vecchie in fardetta da vedova, con la tomba già prenotata all’ufficio ragioneria del comune - aveva avvertito un brivido lungo . A niente era servito segnarsi davanti alle immaginette di Padre Pio o alle madonnine di plastica bianca: la sensazione sgradevole era arrivata fino alle ossa e ora, per attenuarla, era necessario parlarne con qualcuno. Così, prima del tramonto, nelle cornette grigie dei vecchi apparecchi a disco, il goi e gai si era moltiplicato. Aveva attraversato i cavi sotterranei dello stradone ed era uscito dai moderni cordless, nelle villette a schiera del nuovo quartiere alla periferia di Nughes. Lì, medici e avvocati, professoresse e architetti, impiegati e commercianti - i figli e i nipoti delle beghine del centro storico - avevano tradotto le due paroline nella lingua colta imparata a scuola. Così e così. E prima della mezzanotte di quel ventisei di Novembre, il goi e gai, come un ruscello che si gonfia di pioggia autunnale, si era fatto scuro e minaccioso. Ora, le due parlate ancora conviventi nella cittadina, producevano un solo mormorio. Ora ognuno lo poteva sentire quel torrente, e ognuno lo poteva alimentare. Con la lingua dei padri o con quella dei figli. Fino a farlo diventare un fiume in piena.


Goi e gai, in fondo al lago, nanchi.
Così e così, l’ex marito, ite dannu..
Goi e gai, ho sentito. Strangolata. Affogata.
Così e così, ma lo sai che.



“Ma lo sai che così marcirai in galera?”
“Sì, lo so”.
Alle sei del mattino, dentro la questura di Villasperanza, Antonio Mameli si rifiutava, per l’ennesima volta, di fornire all’avvocato Pilosu una precisa versione dei fatti.
Si trovavano lì da diverse ore. L’alba cominciava a mescolarsi alla livida luce di una lampada al neon. Antonio, per tutto quel tempo, aveva tenuto lo sguardo fisso sulle sue scarpe, aveva ascoltato le inutili domande dell’anziano penalista, aveva bofonchiato un’impossibile richiesta di sigarette e, a più riprese, quei tre monosillabi. L’avvocato, con le maniere acquisite dalla lunga esperienza in Barbagia, aveva cercato di forzare il muro di reticenza, ora assecondando i silenzi, ora incoraggiando il suo assistito, ora cercando di spaventarlo:
“Ma lo sai che così…
“Sì, lo so.”
Alla fine si era arreso. Stravolto dalla fatica della notte insonne e senza esito, il legale si era alzato e aveva indossato il cappotto, pronto ad andar via. Prima di uscire dalla stanza, facendo leva con l’indice destro, aveva sollevato il mento di Antonio, per guardarlo dritto negli occhi.
“Ti avverto, io non torno più. O ti decidi a parlare o non vedrai più la mia faccia” gli disse, con il tono più ruvido che riuscì a trovare “non contare neanche sulla nostra amicizia.”
“Torni pure a casa, avvocato, vada a dormire, non si dia pena. Non credo che io la rivedrò più. Ma domani controlli la sua corrispondenza”.
“Cosa vuoi dire?”
“Niente. Niente”
“Se non parli tu, sarà il paese a parlare per te. Anzi, lo sta già facendo. Lo sai, vero?”
“Sì, lo so.”

Il sole era già alto. Durante la notte il venticello si era rinforzato fino a diventare un forte maestrale che aveva spazzato via le impurità dell’aria. Il cielo era liscio come uno specchio e una luce abbacinante inondava la piazza. L’avvocato Pilosu, uscendo dall’ufficio delle poste centrali, si sollevò il bavero per ripararsi la nuca dalle folate che colpivano a tradimento. Aveva appena ritirato la corrispondenza dalla sua casella e mentre tornava alla macchina ripeteva, col pensiero, quelle poche parole che Antonio Mameli gli aveva rivolto qualche ora prima.
Entrò nella sua Mercedes metallizzata e prima di mettere in moto scartò con nervosismo decine di buste: bollette, inviti a convegni, estratti conto, volantini pubblicitari. Finalmente trovò la lettera che cercava.
Strappò nervosamente la carta. Senza preoccuparsi della gente che avrebbe potuto vederlo, come un innamorato che non vede l’ora di scoprire cosa scrive l’amante, cominciò a leggere.

Caro avvocato Pilosu,
ora lo so, l’amore è un errore, un tragico errore della natura. È impossibile indagarne il senso, ma alla fine è così. Un inganno, un’eterna sconfitta. Come in un film di Truffaut.
Non s’interroghi troppo sul significato delle mie parole. Lo stato di prostrazione mi fa scrivere in modo confuso. Sappia solo che la gelosia e l’orgoglio non hanno niente a che fare con questa storia. Semmai è un concetto di impossibilità, quello che prevale.
Non so cosa mi sia saltato in testa l’altro pomeriggio.
Era quasi un anno che non la incontravo, da quel giorno che nel suo studio avevamo definito i termini della separazione. Da allora, l’avevo vista solo una volta, da lontano, riflessa in una vetrina di un’altra città. Sapevo che era meglio così.
Forse è stata la sua voce al telefono, il tono affettuoso, in quell’invito buttato lì: “Sono di passaggio a Nughes, se vuoi possiamo prendere un tè insieme”. O la mia immediata arrendevolezza: “Va bene, fra quanto?”
Forse la striscia di luce che poco dopo filtrava da una finestra del bar e che tagliava a metà il nostro tavolino, come a rilevare una divisione incolmabile. Il suo sguardo, diverso da come l’avevo sempre conosciuto, pieno di interrogativi. Una mano bianchissima, con un anello che ricordavo da sempre. La sua immutata bellezza. E un dialogo laconico fatto di mille rimandi:
“Allora, come ti va?”
“Al solito.”
“E in cosa consiste il solito?”
“È fatto di abitudine. E tu?”
“Bene. Sono a un buon punto.”
“Nella ricostruzione?”
“Diciamo così ”

Ecco, forse è stato tutto questo, le impressioni, le sfumature, a coprirmi di un sentimento d’infinita amarezza. Ma tutto sarebbe finito lì. Un saluto, una coda di nostalgia. Invece, non so perché, Marta mi ha chiesto di fare una passeggiata: “Voglio rivedere il fiume, voglio rivedere il posto dove ci siamo innamorati”.
Sulla grande roccia che sovrasta il laghetto di Poggiu 'e Martine, mentre muti guardavamo dall’alto lo scorrere lento dell’acqua e confuse immagini di dodici anni prima, -due che si baciano e nuotano e si promettono la felicità . E’ stato allora che abbiamo sentito la nostra risata ventenne echeggiare nella valle.
È stato lì, in quel momento, che ho pensato di preservare un ricordo, di fermare il tempo. Con un filo di ferro, un sasso. Con tutto l’amore che avevo in corpo.
Così, caro avvocato.
Almeno lei mi perdoni. E, la prego, spieghi a mio padre, se può.


L’avvocato Pilosu lesse la firma di Antonio Mameli, prima di ripiegare il foglio. Col cuore in tumulto accese il motore e fece sgommare le ruote. In pochi istanti fu davanti a casa sua. Lasciò l’auto in moto, accostandosi al marciapiede. Doveva solo prendere un fascicolo e recarsi da Antonio. In fretta, più in fretta possibile.
Mentre apriva il portone, sentì squillare il telefono del vicino. Poi quello del suo studio. Poi il cellulare.
Non ebbe bisogno di rispondere alla chiamata, capì subito che un altro goi e gai stava circolando fra i cavi e nell'aria. Gli ci vollero pochi secondi per tradurre quei suoni che continuavano a sovrapporsi.
Il goi era un volo da una finestra. Il gai era un corpo malamente ricoperto da un lenzuolo. Il così era una verbale della polizia .
Vedeva tutto, ora. Con la stessa chiarezza di quel cielo autunnale.
Quello che non riusciva a vedere era l’espressione sul viso di Antonio Mameli, l’ultimo pensiero. Allora immaginò un sorriso. Amaro e dolcissimo.
Tornò indietro, lentamente, a spegnere il motore. Il vento si era calmato.
postato da: birambai alle ore 17:01 | link | commenti
categorie:
giovedì, 22 ottobre 2009

Io avevo detto Iraq. Aboliamo l'Iraq. Poi, come sempre, la stampa comunista rovescia quello che dico.

Nei sondaggi sale marino.

Aumenti contrattuali : La nuova sigla di portapò  sarà Via col venti.
Per cento.

"Ti scudo" era una minaccia. Adesso è una promessa.


postato da: birambai alle ore 22:43 | link | commenti (2)
categorie:
lunedì, 19 ottobre 2009





E così, dopo averci pensato per buona parte della mattinata, ho pensato di agire in maniera astuta.
Ho chiesto un colloquio al responsabile del personale.
All’inizio sembrava sorpreso, poi mi ha risposto che potevo andare da lui nel pomeriggio.
Il capo del personale è un tipo che si veste sempre da capo del personale, stile corporate, non so se avete presente quelle giacche a righine e le scarpe stringate. E’ uno che se la tira un bel po’, ogni mattina si fa portare i quotidiani che parlano di economia e un giornale di destra, non sto a dirvi quale. Poi si riempie la bocca con paroloni tipo opening, arbitrage e restrizione finanziaria.
Dunque alle quindici e trenta mi fa chiamare dalla segretaria. Mi metto la giacca e busso alla porta del suo ufficio.
“Prego signor Bobboti, si accomodi” mi dice, sorridendo come solo un manager sa fare.
“Posso stare anche in piedi, è una questione di poco conto”.
Mentre dico così, schermendomi dietro un’apparente timidezza, infilo le mani nelle tasche dei pantaloni e li tiro su fino a lasciare scoperte le caviglie. Ve l’ho detto avevo un piano astuto.
Lui mi guarda e aspetta che dica qualcosa.
“Volevo chiedere come va?”
“Come va cosa, signor Bobboti?”
“Il mio lavoro…volevo sapere se sto andando bene”.
Apre una cartella, scorre velocemente alcuni dati e poi dice: “Mi pare che non ci siano grossi problemi, non abbiamo di che lamentarci. Ma perché mi fa questa domanda?”
“No…così, volevo solo rassicurami, sa… di questi tempi è meglio avere coscienza del proprio dovere”.
“Non c’è dubbio. Lei fa bene signor Bobboti, questi sono tempi difficili e ognuno di noi deve dare il proprio contributo. E anche qualcosa di più”
“Bene, allora io vado”
“Torni a trovarmi quando vuole, signor Bobboti”.
Mi giro e faccio due passi di spalle, sempre coi calzoni sollevati. Anche se non lo vedo, sento che finalmente sta guardando in direzione dei miei piedi.
“Ah, mi scusi signor Bobboti, le rubo solo un secondo”.
Mentre mi volto penso a cosa dirgli. Prendo in mano la bustina dei calzini turchesi da regalargli, mi formulo in testa la frase che avevo preparato.
“Volevo solo dirle una cosa, se non si offende” mi fa, sempre con quel sorriso che solo pochi eletti riescono a riprodurre sempre uguale.
“Non mi offendo affatto, è una scelta consapevole”.
“Volevo solo farle notare che probabilmente mentre veniva al lavoro ha calpestato una cacca di cane. Si pulisca la scarpa, prima di tornare alla sua scrivania”.
Io me ne sto lì impalato. Poi guardo sotto. Effettivamente ho un po’ roba attaccata alla suola.
In quel momento sono talmente imbarazzato che riesco solo a chiedere un miracolo. E il miracolo si avvera: imbratto tutta la moquette di merda.
“Mi sa che l’ho già fatto" dico, guardandolo dritto negli occhi. " Grazie della sua disponibilità”.
“Buon lavoro, signor Bobboti”.
“Grazie”.


postato da: birambai alle ore 18:03 | link | commenti (8)
categorie:
giovedì, 08 ottobre 2009

Ho visto un piccione che col becco si spulciava l’ala sinistra. Un cane zoppo che attraversava la strada. La Costituzione è di sinistra. Il presidente della Repubblica è di sinistra. Entra la Corte.
Una volta, ora che mi ricordo, avevo un’unghia un po’ incarnita: era a sinistra. Anche la fede, nel senso della fede, sta a sinistra. La stampa è tutta di sinistra e Giggiriva era ala sinistra.
Gianfilippo Marroccu ha mangiato un muggine arrosto che pesava settecento grammi. Anche se ci togli le spine e la testa, dopo cena Marroccu pesa almeno mezzo chilo in più. E Marroccu è sempre stato di sinistra. La moglie di Marroccu, che simpatizza per Rotondi, è a dieta e perciò ha mangiato solo una mela. Il figlio Gianuario, ancora indeciso sull’orientamento politico, continua a sudare. Ne consegue che nella famiglia Marroccu la sinistra ha più peso.
I comici sono tutti di sinistra, l’approfondimento è tutto di sinistra, la propensione, l’inclinazione e la secrezione sono indiscutibilmente di sinistra. Il tramonto e l’alba al mio paese sono di sinistra si vede dal colore. Per non parlare dei melograni in questa stagione.
Emilio Fede, dopo aver letto 9 a 6, ha rovesciato il foglio. Era incredulo. Allora lo ha scritto su un foglio bianco, più grande:
9 – 6
Poi ha mandato la pubblicità e per tutto il tempo ha continuato a far ruotare il foglio:
9-6 nove a sei nove a sei nove a. Ha avuto un mancamento. Un mancamento di sinistra. Perché i numeri sono di sinistra. E infatti, se provo a fare di conto con le mani, mi accorgo che con la sinistra faccio più veloce. Dunque la sinistra conta di più, non c’è niente da fare.
Si sente dire spesso “la prima a sinistra”. La corte costituzionale fa schifo da quanto è di sinistra.
Ora che mi ci fate pensare si dice anche “una scena sinistra”, "allineamento a sinistra" e una delle più belle zone è il Sinis.
La magistratura si fa fotografare solo da una parte, dice che quello è il suo profilo. Non c’è bisogno che vi dica quale. Mi sento male, se lo dico.
Ha toccato, ha toccato! Viva il 69!
I documentari che parlano delle formiche sono tutti schierati a sinistra. Li  fa Rosibindi. Si ricopre di fieno e di terra e se sta lì giorni e giorni a filmare senza neanche lavarsi.
La signora Speranza da nubile si chiamava Balloi, Speranzina Balloi. Poi ha sposato un Manca.
Come pensate che la chiamino adesso?
Scrivo tutto di questo colore.
postato da: birambai alle ore 17:48 | link | commenti (8)
categorie:
martedì, 06 ottobre 2009

terno al lodo

Tra lidi e ludi
io non deludo
io "lady" illudo
laido la do

Io eludo e ledo
poi il dolo elido
e se alludo al lodo
sol lodi odrò.
postato da: birambai alle ore 19:11 | link | commenti (9)
categorie:
domenica, 04 ottobre 2009

Il gatto, ogni tanto, si risvegliava dal suo torpore. Acciambellato sul pavimento, nel quadrato di sole che entrava dalla finestra, apriva gli occhi e rivelava la sua esistenza con un sonnacchioso miagolio. Un solo verso, tedioso, rivolto a una delle piastrelle di ceramica che ricoprivano la parete dietro i fornelli.
Il bambino, allora, distoglieva l’attenzione dai suoi giochi e riponeva sul tavolo il tassello del puzzle che stava cercando di incastrare. Guardava  il gatto.
“Mamma, il gatto ha detto miao un’altra volta” diceva, rivolto alla madre.
La mamma, intenta a lavare i piatti, era talmente immersa nei suoi pensieri che lasciava cadere nel nulla l’osservazione del bimbo. Allora Giangi ripeteva la frase con un po’ di vivacità: “Ma’, il gatto ha detto miao!”.
Solo al quarto tentativo riusciva a ottenere l’attenzione richiesta: “E perché ha detto miao, il matto?
“Perché ha visto il pesce disegnato nella maiolica”.
La donna non si voltava. Nella cucina si sentiva solo il rumore delle stoviglie riposte nello scolapiatti e quello dell’acqua che scendeva nel lavello. Il pesce marrone, con la testa grande e gli occhi gialli, sembrava un mostro preistorico. Giangi lo guardava. E, di nuovo, guardava il gatto. L’animale, dopo qualche minuto, ripeteva il suo verso.
Poiché non succedeva nient’altro, il bambino premeva il tasto del telecomando. Il telegiornale diceva cosa bisognava fare per arrivare in forma alla prova costume da bagno. Subito dopo, un tale con la cravatta, diceva la parola“cattocomunista”. Allora il micio 
allungava una zampa posteriore per sgranchirsi. Poi sbadigliava e  lentamente se ne andava a cercare la sua ciotola.
postato da: birambai alle ore 11:51 | link | commenti (11)
categorie:
giovedì, 01 ottobre 2009

Devo smettere. Non devo più leggere le dichiarazioni di quello e quell’altro. Perché poi io ci rimugino sopra. E quando ci rimugino sopra, i pupazzetti riprendono a cantarmi dentro la testa.
Le parole dicevano che il ministro Brunetta aveva fatto delle dichiarazioni sopra le righe eccetera eccetera.
Eccolo che si arrampica. Come un piccolo soldato della marina americana, afferra una riga con la mano sinistra e appoggia il piede destro sulla riga di sotto. Poi con l’altra manina si aggrappa alla riga superiore. E’ tutto sudato, ma non demorde, ha dentro di sé l’orgoglio del vero patriota, vuole parlare. E così arriva fino alla finestra di casa mia, si affaccia e mi urla qualcosa. Vedo solo la faccia e le manine grassocce aggrappate alla lastra di granito. “Che vuoi?” gli chiedo.
“Vergogna, vergogna”. Urla come un indemoniato.
Allora prendo lo spray contro le zanzare e glielo spruzzo sugli occhi. Ma quello resiste, gonfia le gote, sbuffa. Poi sputa dentro la stanza. Alla fine prendo un martello e gli pesto le unghie.
Finalmente molla la presa e cade. Io però non riesco più a tranquillizzarmi. Devo fare un sacco di zapping per trovare un po’ di calma.
C’è Belpietro da Vespa.
postato da: birambai alle ore 23:09 | link | commenti (3)
categorie:
domenica, 27 settembre 2009




L’uomo dalla faccia lunga ripiegò il giornale e diede uno sguardo al suo orologio. Poi guardò l’orologio della stazione. Segnavano entrambi le dieci e ventidue, all’arrivo del treno mancavano ancora quindici minuti. Allora riaprì il giornale e riprese a leggere.

Pietro Gallonis, che si trovava lì per aspettare sua moglie, se ne stava seduto in una panca proprio di fronte all’uomo dalla faccia lunga. Lui doveva aspettare un po’ di più, l’altoparlante aveva annunciato un ritardo di mezz’ora. Non sapendo cosa fare cominciò a guardare l’uomo dalla faccia lunga. Non gli piaceva l’espressione di quell’uomo così magro e così elegante e non gli garbava neppure il quotidiano che stava leggendo. In più  -e questa era la cosa che lo infastidiva maggiormente-  il tale continuava a soffiarsi il naso dentro un fazzoletto ricamato. Per questo, Pietro Gallonis non gli staccava gli occhi di dosso, voleva capire cosa avesse da soffiare così tanto.
L’uomo dalla faccia lunga era abbastanza seccato dallo sguardo insistente dell’altro, ma fece finta di niente. Cominciò a leggere un articolo che parlava della ripresa economica dei paesi emergenti ma subito dopo passò alla pagina della Borsa. Poi, con fare molto signorile, chiuse di nuovo il giornale e dal taschino della giacca sfilò il fazzoletto. Si soffiò il naso, prima una narice poi l’altra. Stavolta lo fece con maggiore vigore, producendo un rumore che infastidì ancora di più Pietro Gallonis. Quando ebbe finito di soffiare,  l'uiomo riaprì i due lembi del fazzoletto ed esaminò con attenzione all’interno.
Fu allora che Pietro Gallonis si alzò. Si avvicinò lentamente allo sconosciuto, si chinò in avanti, si portò una mano alla bocca e a voce bassa chiese: “Ha trovato qualcosa di interessante?”
L’uomo dalla faccia lunga sbatté tre volte le palpebre, prima di rispondere: “Dove?”
“Nel muco. C’era qualche pepita d’oro?”
“Si può sapere cosa va cercando?”
“Cerco di capire se il suo naso produce oggetti preziosi.”
“Lei è un maleducato” disse con calma l’uomo dalla faccia lunga, rimanendo seduto al suo posto.
“E lei mi fa schifo” rispose Pietro Gallonis, grattandosi il mento.
A quel punto l’uomo elegante si alzò, afferrò la valigia e fece per andarsene.
“Dove va? Non mi ha ancora risposto”.
“Vada al diavolo, babbeo”.
La parola babbeo ebbe un effetto sconvolgente su Pietro Gallonis. “Tiè, tiè e tiè!” disse, mentre rifilava  in rapida successione tre  potenti calci sugli stinchi dell’uomo dalla faccia lunga.
Poi gli aprì la valigia e sparse tutta la biancheria nella sala d’aspetto.
Mentre l’altro si contorceva a terra per il dolore, Pietro Gallonis, stanco di aspettare sua moglie, prese i piedi e se ne andò.

postato da: birambai alle ore 10:43 | link | commenti (8)
categorie:
giovedì, 24 settembre 2009





Ecco che allora ci siamo riuniti per una cena speciale. Stavolta l’idea è venuta a Franco Bullitta: “Sono andato a raccogliere lumache, ne volete?”
Ci sono i soliti Bulgaria e Polso, oltre a me e Polanca, naturalmente.
Bullitta arriva verso le nove con una pentola piena di lumache cucinate dalla madre: “Vogliono solo scaldate”.
“E poi vogliono messe nei piatti, e poi vogliono succhiate,  e poi vogliono digerite” fa Polanca, con un tono canzonatorio.
Bullitta se lo guarda. Poi guarda me. Non dice niente, ma dalle rughe della fronte si capisce che si sta interrogando sul senso delle parole di Polanca.
“Lascia stare,” lo tranquillizza Polanca “certe cose non vogliono spiegate. Non vogliono”.
Il profumo è di quelli buoni.
“Spero che tu le abbia fatte spurgare per almeno una settimana”.
“Sì Bulgarì, gli ho fatto pure la lavanda gastrica”.
“Non scherzare, io merda di lumaca non posso mangiarne, sono a dieta”.
“Le ho prese che si stavano svegliando dal letargo, non avevano niente nello stomaco”.
“Come fai a saperlo?”
“Lo so. Lo so e basta”.
“Al diavolo, adesso mi vuoi far credere che vedi dentro la pancia degli animali?  Io mangio un pezzo di formaggio, va bene così".
“Finiscila! Gli ho dato la farina per dieci giorni. Alla fine hanno prodotto solo filetti di pasta. Potevo cucinare anche quelli, volendo”.
Polso, in mezzo a tutta la discussione, inzuppa il pane nel sughetto piccante e succhia con voracità da una conchiglia. Fa un rumore strano, di quelli che senti di notte nella foresta.
“Non abbiamo le forchettine”.
“Stuzzicadenti”.
“Neanche quelli”.
“Basta fare un buco nella schiena e poi aspirare”.
“La schiena? La schiena di chi?”
“Qui, guarda…” spiega Polso, “qui dove inizia la spirale. Fai un taglietto col coltello e… ops, è fatta”.
Insomma, alla fine è tutto un concerto di risucchi per brodini e corna di lumaca. Nessuno parla più. Solo io, due o tre volte, faccio i complimenti alla mamma di Franco Bullitta.

Abbiamo quasi finito con i bis, quando Bulgaria se ne esce con la sua proposta: “Voglio fare le primarie”.
Nessuno di noi, presi come siamo dalla complicata battaglia con i gasteropodi, sembra dargli ascolto. Allora ripete: “Voglio fare le primarie!”
“Che primarie?” gli chiedo.
“Quelle della sinistra”.
“Ma perché ti sei iscritto al partito democratico?”
“Macché, dicevo qui, fra noi. Io mi candido. Chi si vuole candidare?”
“Mi candido anche io” fa Polanca, con aria di sfida.
“Bene allora ognuno illustri la sua tesi. Dieci minuti di tempo. Poi ognuno di voi può fare un intervento per le dichiarazioni di voto”.
“Ma piantatela, ” dico io, “non sareste in grado di convincere neppure vostra nonna”.
“A no eh? Allora stai a vedere…”
Non ha manco finito di dirlo che Polanca si alza e va a bussare nell’appartamento di fronte, quello dove abitano i due vecchietti, i coniugi Pitzalis. Bulgaria, che non si aspettava quella mossa, rimane basito.
Dopo qualche minuto sentiamo suonare alla porta. Vado ad aprire. Il signor Francesco e la signora Maria, tutti e due in pantofole e vestaglia, si presentano con un sorriso: “Noi votiamo per Polanca, è proprio bravo, ha le idee chiare”. E se ne vanno.
“Che cavolo gli hai detto, Polà?”
“Quello che ho sempre pensato” risponde, senza dare troppo peso alle parole.
“E Bersani? E Franceschini?”
“Non vogliono”.
“Non vogliono cosa?”
“Non vogliono e qualcosa”.
“Ritiro la mia candidatura!” dice Bulgaria, “ siete liberi di votare per lui”.
Bullitta e Polso, che nel frattempo avevano preparato una scatola di cartone come urna,  stanno scrivendo il nome di Polanca su un foglietto di carta macchiato di sugo.
postato da: birambai alle ore 20:12 | link | commenti (4)
categorie:
giovedì, 17 settembre 2009






Leonardo Pirolla si fermò per riprendere fiato e appoggiò il carico per terra. Guardò una volta a destra e una volta a sinistra: a quell’ora non c’era nessuno, poteva ancora riposare. Poi afferrò di nuovo la quercia, se la caricò sulle spalle e riprese il cammino. Sembrava una specie di gesucristo sardo, con i gambali e tutto il resto. Però non aveva un’aria sofferente. Anzi, sembrava molto soddisfatto.”Ancora pochi minuti e sarò a casa” pensò. Nell’ultimo tratto di salita, si lasciò andare a un certo compiacimento, pensando alla faccia che avrebbe fatto Mariantonia vedendo la quercia. La vendetta era compiuta e lui era un uomo degno del massimo rispetto.

Alcune ore prima, nella loro bella stanza matrimoniale, Mariantonia aveva cominciato a contare le pecore per prendere sonno. Ne aveva contato centotrentuno e non c’era stato verso di andare avanti. Allora aveva svegliato il marito: “Leonà, ne manca una, ti hanno rubato una pecora, vai subito a vedere!”
Lui era saltato giù dal letto come una molla e stava per uscire così com’era, in mutande e con la doppietta. “Mettiti i pantaloni!” gli aveva urlato Mariantonia.
Leonardo Pirolla aveva indossato i pantaloni e aveva riposto la doppietta. “Al posto della doppietta prendo la motosega”.
Arrivò al proprio ovile. Effettivamente gli mancava una pecora.
Allora, dando ascolto ai suoi sospetti, puntò dritto verso le campagne di Furanzones. Dopo un paio di chilometri, vide da lontano una striscia di fumo che si levava dalla capanna di Cesare il porcaro: “Lì hanno arrostito pecora”.
Con fare furtivo si avvicinò al recinto dei maiali, pronto ad accendere il motore e motosegare un verro. Però si trovò davanti una scrofa con i suoi maialini che suggevano dalle grasse mammelle. “I maialini non hanno colpa”. Così cambiò idea e decise di vendicarsi con un albero del querceto. Scelse la pianta più bella, un esemplare che sembrava disegnato, tanto era perfetto. Aveva un tronco così grosso che con le sue braccia, lui, non avrebbe mai potuto abbracciarlo. Sotto la luce della luna, Leonardo guardò e riguardò l’albero. L’idea della vendetta lo eccitava.
Si eccitò a tal punto che sentì qualcosa muoversi sotto i pantaloni di fustagno, qualcosa che gli stava diventando duro. Cercò di resistere alla tentazione del demonio. Inutilmente. Poco dopo stava infilando quella cosa dura dentro un buco del tronco secolare. “Amore mio, amore mio” diceva, fra un sospiro e l’altro.
Quando ebbe finito sollevò lo sguardo. Le fronde della quercia erano piene di piccole ghiande che sembravano tante faccine con un cappello in testa. No, non poteva motosegare quel dono della natura, era troppo bello e i riflessi della luna penetravano fra le foglie.
Per fortuna, lì vicino, c’era un’altra pianta più piccola e meno bella, con le foglie un po’ ingiallite dalla siccità. “Tu non mi freghi” disse. Si concentrò e in pochi secondi la segò.
Era pesante, nonostante fosse una pianta ancora giovane, e trasportarla fino al paese gli costò una fatica disumana.
Ce l’aveva fatta, però.  Anche senza i soldati che lo frustavano ad ogni caduta, anche lui aveva superato le stazioni della viacrucis. “Mariantonia sarà soddisfatta”.
Quando si svegliò, Mariantonia guardò l’albero: “Aspettami qui” disse.
Scese in cantina e prese il nervo di bue. Poi, senza aggiungere una sola parola, assestò ventidue nerbate sulla schiena di Pirolla.
postato da: birambai alle ore 14:53 | link | commenti (10)
categorie:
venerdì, 11 settembre 2009




Mi è sempre difficile parlare di quanto avviene a Lacanas. Dio solo, credo, conosce i motivi del disagio che provo tutte le volte che affronto questo argomento. Tutto ciò è irragionevole. Perché io a Lacanas non ci vado dal 1987 e quella volta partecipai a una tranquilla corsa di cavalli in qualità di spettatore, niente di più.

Ma ecco che nella piazza della chiesa, verso mezzogiorno, Gianfilippo Mannoi sta dicendo: “E’ stato lui, ho le prove”.
Lo sta dicendo sottovoce. Vicino a lui non c’è nessuno, forse sta parlando a se stesso. Però Gianfilippo è considerato l’uomo più saggio di Lacanas, colui che possiede una sapienza schiacciante rispetto a tutti. E, infatti, ecco che subito si avvicina Mario Faldino, il quale vuole sentire cosa sta dicendo l’anziano pastore.
“E’ stato lui” ripete Mannoi.

E ora, se guardate bene, potete vedere che sta puntando l’indice in direzione del negozio di Paolino Baralla.

“Come fai a dirlo?”
“Guarda è sparita ancora una volta”.
“Già, è proprio così”
“ E poco fa ho visto Baralla che spazzava con una scopa di saggina”.
“Ma dove la nasconde?”
“La scopa?”
“No, l’ombra del campanile.”
“Qualcuno dice di averne visto dei pezzetti dentro il barattolo delle mentine”.
“Quindi la raccoglie e poi la taglia a pezzetti?”
“E’ evidente”.
“Ma perché?”
“La vende, ecco perché”.

Il bambino che passa in questo momento sembra mandato da uno sceneggiatore, invece si sta recando proprio al negozio di Paolino Baralla. Ce l’ha mandato la mamma a comprare un po’ di zucchero e un tubetto di conserva.
“Dove vai a quest’ora, sotto il sole?” E’ Faldino che parla.
“Dal signor Paolino, perché?”
“Vieni qui, compra anche trenta grammi di ombra di campanile". Ecco a te cento lire, puoi tenere il resto”.
“Va bene” dice il bambino senza fare una piega.

In questi tre minuti d’attesa, potete tenere lo sguardo sul bambino che sparisce dietro i fili colorati della tenda scacciamosche. Oppure, se preferite, sulle spalle dei due uomini che aspettano in silenzio. Se vi annoiate, siete liberi di constatare come effettivamente non ci sia un filo d’ombra in tutta la piazza.
Ma ecco che il bimbo sta facendo ritorno.
“Faceva novantacinque lire.”
“Le cinque sono tue, vai con Dio”
“Le ho già spese, ho preso anch’io un po’ di quella roba”.
“Che roba?”
“Le mentine”.
“Ma gli hai detto che volevi ombra di campanile?”
“Sì. Ma è la stessa cosa.”

Il birboncello sta correndo via, ora. Guardate come le sue gambette si muovono svelte sul selciato.
Gianfilippo Mannoi ha aperto il pacchetto, una specie di imbuto di carta giallina.
“Vedi…loro credono di mangiare solo mentine, in realtà si stanno mangiando anche l’ombra del campanile”.
“Farabutto” dice Faldino.
“Domani lo facciamo arrestare”.
Mentre dice così, Mannoi spazia con lo sguardo sull’intera piazza. Poi, inarcando le sopracciglia, guarda di sbieco l’uomo che gli sta accanto. Lo schiaccia con la saggezza che gli è propria.
Mario Faldino non sa proprio cosa dire. Perciò se ne sta fermo e zitto. Potremmo dire che si sente annichilito. Lo potete capire dall’espressione del suo viso. E se guardate attentamente potete anche vedere che sulla fronte imperlata di sudore gli è spuntato un foruncolo che prima non c’era.

postato da: birambai alle ore 19:39 | link | commenti (3)
categorie:
sabato, 05 settembre 2009




Ecco che sono affacciato alla finestra per godermi il magnifico sole di Settembre. E’ proprio un bello spettacolo. In lontananza posso vedere il paesino che sta ai piedi del monte Forrali e una piccola nuvola che si è fermata lassù. E poi ci sono tutte le donne che passano nella via, di ritorno a casa all’uscita della messa. C’è anche la signora Birinu, fasciata dentro un vestito elegante. Ha ancora un bel culo, la signora Birinu. Visto dall’alto sembra ancora più bello.
Il sole di Settembre, la domenica mattina, è speciale. Ti entra in casa e tu ti senti come se avessi quindici anni, con quel senso di tranquillità avvolgente che non provi neppure con l’ansiolitico. Sono molto contento, penso che dopo un altro caffè mi godrò ancora questo stato di beatitudine, a speculare sul senso della vita e sul miracolo che può scaturire dentro l’uomo.
Così pensando, sollevo lo sguardo per farlo vagare di nuovo fra gli uliveti della vallata. In un attimo mi perdo nello spettacolo della natura, nel mistero che si nasconde dentro la meraviglia del creato.

Ma lo sapete anche voi che la felicità inciampa al primo ostacolo e cade dopo pochi passi.
Una mosca, uscita chissà da dove, mi passa sopra la testa e subito dopo, dopo aver fatto una piroetta velocissima, punta dritta contro di me. Le mosche mi fanno schifo, soprattutto quelle grosse. Immagino che siano piene di carne putrefatta e di succo di melone rancido. Grasse e piene di una poltiglia gialla maleodorante. Inoltre -e questa è una cosa che so da quando ero bambino- alcune specie di mosca depongono le uova in volo. E lo fanno spesso dentro l’occhio delle persone, rilasciando queste uova come se fossero bombe a grappolo. Come se l’occhio fosse l’Afghanistan e loro l’aviazione americana.
Chiudo in fretta le palpebre, prima che sganci gli ordigni, quella bastarda. Però non credo di aver fatto in tempo, la velocità di certe mosche supera di gran lunga il pensiero, soprattutto quando tu sei immerso nel tepore avvolgente di Settembre.
Subito mi sembra di sentire un corpo estraneo dentro l’occhio. Corro in bagno, mi lavo con l’acqua fredda. Poi con quella un po’ più calda. Quando mi guardo allo specchio mi sembra di vedere dei puntini gialli dentro la cornea. Allora ci passo sopra un fazzoletto pulito e poi un poco di sapone. Mi brucia, mi brucia tantissimo.
Telefono al mio medico.
“Sì, dottore, proprio così, dentro l’occhio ho un milione di larve. Sento che si muovono. Mi ha bombardato all’improvviso, quella maledetta, senza preallarme”.
“Venga in ambulatorio, fra dieci minuti sarò lì”.
Mi visita, mi ispezione per bene con una lente, mentre io ho dei tremori alle gambe. Poi scrive una ricetta. “Prenda questo, le passerà tutto in pochi minuti”.
Quando arrivo in farmacia cerco di leggere cosa mi ha prescritto, ma come al solito non si capisce una mazza. La farmacista, invece, capisce subito. Mi sorride. Anche la farmacista ha un bel culo, non come quello della signora Birinu, però è bello lo stesso. Chiudo l’occhio bombardato e la guardo con quello sano, mentre apre un cassetto per prendere la scatola della mia medicina.
Quando torno a casa apro in fretta il pacchetto e tirò fuori la scatola. E’ il solito flacone di ansiolitico.
Vabbè, lo prendo.
Dopo un po’ sto meglio, l’occhio non mi brucia più. Ma non è la stessa cosa del sole di Settembre che ti entra dalla finestra la domenica mattina. Quello stato di benessere che ho provato un’ora prima non lo ritrovo più. Anche perché adesso dalla strada mi arrivano solo le voci di tue pipi che parlano delle dimissioni di Boffo. Poi ridacchiano in modo sgradevole.
Ripeto tre volte la parola "caduco".
postato da: birambai alle ore 14:39 | link | commenti (8)
categorie:
mercoledì, 19 agosto 2009

Senza virgole senza forma parole scombinate un rubinetto che perde
lunga mattina di palleggi una pallina di carta e oscure righe di un libro.
Una fetta di luce che filtra ormai logora sulla parete di lato. Moltitudine di cuori che sbandano in corsa.

Penso all’asino di Sunis all’asino che s’impuntava
né avanti né indietro in mezzo alla strada, nel punto che diventava il suo mondo l’unico mondo possibile. Immobile come una pietra, mentre qualcosa si mangiava l’anima della bestia testona.
Si offre in sacrificio alla malinconia, dicevo.
Nessuno può volergli bene, dicevo.
E mi sembrava di vedere le sue lacrime, prima che riprendesse la via lenta senza voglia.

Uno dei cuori si perde nei vicoli del secolo andato, andato con la saggezza di un vecchio che si ritira silenzioso.
Quando il mondo era ubriaco di vita
il sogno di una cosa
gli incantevoli dubbi e rivoluzioni possibili
parlare parlare
o silenziose alleanze poca ragione che consola.
Sperduti nell’isola sperduta eppure nel mondo al centro del mondo.

Un altro cuore dice di Roma, Trastevere vent’anni fa, a casa di Fernanda Pivano. Lei che parla di Dylan, di Gregory Corso, di Judith Malina vestita di chiffon nelle strade di Milano coperte di neve. Lei bellissima - un ricordo sopra l’altro- noi con la bocca a forma di sorpresa che già si caricava di inaspettate nostalgie. Pronti a dare battaglia, nei paesi dell’interno “ho visto, ho visto, ho visto” in chiassose feste di campagna o fra dieci spettatori non convinti. Noi sì, noi eravamo la poesia, il metro del respiro, il Santo Bronx, l’ingenuità del canto disperato.

Un giorno che me ne andai a scoprire luoghi. I pastori che diventarono operai, le miniere l’Eldorado. Per vedere se dietro la collina c’era l’eternità, se dai pozzi si poteva sentire una voce, raccontami dello sciopero, parlami lentamente.
Lungo la spiaggia, dopo. Ci sono gli occhi di Santa Lucia sotto il sole c’è un pescatore che getta la pastura e aspetta. Mi guarda mi sorride forse è Dio.

Nel vuoto, con l’occhio del sogno, oltre il ricordo. Incapace di inventare, né avanti né indietro, come l’asino di Sunis. Qualcosa che si mangia l’anima. Senza forma.
postato da: birambai alle ore 09:15 | link | commenti (3)
categorie:
venerdì, 07 agosto 2009






PARADISO PERDUTO
 
 
Il sole non si è ancora alzato, dentro la fabbrica c’è buio pesto. Antonio continua a rigirarsi sulla branda senza riuscire a riprendere sonno. L’aria è immobile. Questi ultimi giorni di luglio sono tremendi.
“Sei sveglio?” chiede, con un filo di voce.
Corrado non risponde. Allora Antonio si alza sui gomiti e con l’accendino illumina il viso del compagno. Per alcuni secondi, ne osserva le palpebre chiuse, i movimenti degli occhi sotto la pelle.
Più tardi mi racconterà le meraviglie con Maria, pensa, ormai posso vederne anche i sogni.
Poi, cercando di non fare rumore, si mette dritto e si dirige a tentoni verso il reparto tessitura. Va a sbattere su un telaio, ma riesce, ugualmente, a trovare il fornellino da campo. Lo accende e ci sistema sopra la caffettiera che ha preparato la sera prima.
Sorride, Antonio, al pensiero della semplicità del suo amico. Si conoscono da tanto di quel tempo che i venti giorni di occupazione hanno aggiunto ben poco alla loro amicizia. Hanno lavorato per quasi trent’anni in quella fabbrica, un telaio affianco all’altro. Negli ultimi tempi, con le macchine spente, hanno parlato un po’ di più, soprattutto la notte, sulle brande. Ma non si sono confidati niente di nuovo. Niente che già non sapessero l’uno dell’altro.
 
Il caffè viene su con un gorgoglìo più forte del solito. Anche il profumo sembra più intenso. L’oscurità e la quiete amplificano i sensi.
Dopo aver vuotato la tazzina, Antonio si arrotola una sigaretta e con la prima aspirata guarda verso una vetrata del capannone. Un raggio di luce comincia a filtrare.
“Potevi aspettarmi!”.
La voce di Corrado lo coglie di sorpresa.
“E’ ancora caldo, ma se vuoi lo rifaccio”.
“Va bene così”.
“Ci metto un minuto”.
“No, è meglio che mi risvegli subito”.
Antonio rimane in silenzio, finché il compagno non consuma tutta la sua dose di caffè.
“Non c’era Maria anche stanotte? Non siete andati a rotolarvi vicino al fiume?”.
“No” risponde in un grugnito. “Non ho sognato niente. Non mi ricordo niente”.
C’è una luce scura al fondo degli occhi di Corrado che guardano un punto lontano.
“Anche Maria mi ha lasciato…”
Lo sguardo è un sorriso amaro verso Antonio.
“Ma che ti metti a pensare… hai solo dormito male”.
“Non so. Quel niente mi spaventa”.
“Ma se a te non ha mai fatto paura nulla. Su, dai, mettiamoci al lavoro. Dobbiamo preparare l’assemblea. Vengono anche i responsabili regionali del sindacato. Ripartiremo con la produzione, andremo in autogestione. Questa volta, vedrai che qualcosa succede”.
Corrado si stringe nelle spalle e scuote leggermente testa, come a voler dire che la presenza dei capi non è affatto una garanzia. Ma non dice niente, non vuole svilire l’ottimismo dell’altro.
Antonio capisce. Lo commuove il riguardo del compagno.  
Rimangono così, ognuno immerso nei propri pensieri, riordinando l’angolo di reparto che hanno adibito a cucina e, per tutto il tempo, non si scambiano una parola.
Finché Antonio non decide che è il momento di allestire lo spazio per la riunione.
Nel salone della filatura hanno costruito un palchetto con le casse di legno che servono al trasporto delle rocche. Vi sistemano sopra un tavolo, un megafono e quattro sedie per i relatori. Corrado srotola uno striscione di tela e lo stende per terra. Con un pennarello dà un ultimo ritocco alla scritta.
“E’ una bella frase” dice Antonio.
“Me l’ha suggerita Andrea, il delegato giovane. E’uno in gamba”.
“Sì, è il migliore”.
“Avercene”.
 
Quando finiscono di attaccare anche l’ultimo lembo di stoffa alla parete, scendono dalle sedie con cauta agilità. Entrambi affondano le mani nelle tasche dei pantaloni e controllano che tutto sia a posto.
“Va bene, mi sembra”.
“Sì, manca solo una bottiglia d’acqua, la mettiamo quando arrivano”.
 
“Stanno arrivando, ascolta…”.
Un rumore di motori giunge dalla strada, ancora in lontananza. Quando si fa più vicino, Antonio stringe per un polso Corrado.
“Ci siamo”.
Lo sguardo di Corrado è limpido, adesso. Gli occhi, in quel volto antico, sembrano quelli di un ragazzino. Si abbracciano, come due amici che si stanno salutando alla stazione.
Alle otto e cinque minuti, la prima ruspa spinge la benna contro la parete del lato nord. Le altre si accaniscono sul tetto di uno dei capannoni.
 
E’ pomeriggio inoltrato, quando l’ispettore Rondoni arriva sul posto. Un sole cocente riverbera sbieco sulle macerie della vecchia Texal, la fabbrica chiusa da anni che lascerà finalmente il posto al nuovo centro commerciale. Sporco di polvere e accaldato, arriva a fatica vicino ai corpi senza vita. La Scientifica ha già terminato i rilievi. Rondoni si chiede come mai due persone anziane siano venute proprio lì e abbiano scelto quello strano modo di farla finita. Pensa alla depressione, alla solitudine che diventa insopportabile con l’avanzare degli anni, a chissà che gli sarà passato per la testa.
 
A quello striscione rosso, che parla di operai e di paradiso, non ci vuole proprio pensare. E’ una frase senza senso, una sfida inutile, con il caldo che fa.
 
 
 
Racconto “aquattromani” di e.l.e.n.a. e bobboti
postato da: birambai alle ore 13:01 | link | commenti (4)
categorie:
martedì, 04 agosto 2009





Quando mancano pochi giorni alle ferie, il tempo sembra che si fermi. E’ come dire che non ci sono più le mezze stagioni, che il nostro mare si sta popolando di barracuda, che la gatta ci lascia lo zampino e del maiale non si butta via niente. Andando per via ho sentito anche: “si è fatto da solo”.
Comunque io dal prossimo anno ho deciso di fare così. Quando mancheranno tre giorni alle vacanze, andrò dal capoufficio e gli dirò: “Ho avuto un imprevisto, devo spostare le ferie”.
“Rinviare?” mi chiederà lui. “Procrastinare” , risponderò io. Alla parola procrastinare lui si sentirà sconfitto e accetterà la mia richiesta.
Passata una settimana, andrò dal capoufficio in seconda (che il primo è andato in ferie) e fingendo una stato di afflizione chiederò un’altra settimana di posticipazione. Sì, con lui dirò “posticipazione”. O differimento, dipende da cosa mi suggerirà l’istinto.
Così quei quindici giorni sembreranno eterni, con il caldo soffocante, la città deserta, la pressione bassa e compagnia cantante. Ma la mia vita durerà un po’ di più. Non un po’, molto di più.
Poi dice che le farfalle vivono poco. Provate a dire a una farfalla che dovrà andare in ferie fra quattro giorni. Secondo me vi dice “pozzolana”.

postato da: birambai alle ore 21:27 | link | commenti (11)
categorie:
domenica, 19 luglio 2009

E' pronto uno  Stradario Franceschini per la giusta direzione del partito lampadario, un discorso illuminato per il partito dromedario. Che qui si sgobba, sempre per il partito sudario! Sono quasi pronto, quasi partito calendario per archiviare il passato.

postato da: birambai alle ore 12:18 | link | commenti (7)
categorie:
martedì, 14 luglio 2009

Volevo iscrivermi al pd ma non ho i requisiti.
postato da: birambai alle ore 22:06 | link | commenti (2)
categorie:
lunedì, 29 giugno 2009




Allora Bulgaria, credendosi un poeta, dice: “Ci vorrebbe del ghiaccio nei bicchieri”.
“Ci vorrebbe una birra” dico io.
“Birra non ce n’è, accontentati del vino” replica Bulgaria. "E’ un buon vino, è della signora Speranzina” .
“E chi sarebbe?”
“Un’amica di mia nonna, ha le vigne sulla collina. L’ho aiutata a compilare la dichiarazione dei redditi”.
Polanca, che per tutto il tempo è rimasto in silenzio, concentrato a staccarsi una pellicina, dice:
“Gli uomini si fanno troppe domande.”
Bulgaria lo guarda e punta gli angoli della bocca all’ingiù. Poi apre il rubinetto e riempie due bicchieri di plastica.
“Che fai?” gli chiedo.
“Il ghiaccio.”
Si avvicina al frigo, apre lo sportello della ghiacciaia e comincia a tirare fuori buste di minestrone e sacchetti di legumi surgelati.
“Sei impazzito, così si rovineranno!”
“Li butto, tanto mamma non se ne accorgerà. Oppure le dirò che li ho cucinati”.
“Ma no, è un peccato, lascia stare. Il vino ce lo beviamo così com’è.”
“Lascialo fare” dice Polanca, smettendo per un secondo di succhiarsi il pollice.
“Ma non faresti prima a chiedere un po’ di ghiaccio ai vicini? ”
“Li odio i vicini, non fanno altro che cucinare cavolfiore.”
“Vabbè, allora aspettiamo, fra due o tre ore potremo assaggiare questo nettare della signora Smeraldina”.
“Speranzina” puntualizza pigramente Polanca, senza sollevare lo sguardo..
“Non è necessario aspettare il ghiaccio” dice Bulgaria, un po’ stizzito. “Useremo l’acqua quando è abbastanza fredda.”
“Allora, tanto vale che tu ci metta il vino nel surgelatore.”
“Uh, non ci avevo pensato. Qualche volta dici delle cose sensate.”
Riapre lo sportellino e per fare spazio al fiasco tira fuori altri sacchetti. In uno c’è scritto “fagiolini bolliti”.
“Vuoi buttare anche quelli?”
“Vuoi che te li riscaldi?”
“No, è da un mese che non mangio altro che fagiolini, mia madre è fissata”.
“Ecco, allora stai zitto. Piuttosto dammi una mano a buttare questa roba.”.
“In che senso?”
“Nel quartiere è cominciata la raccolta differenziata, dobbiamo separare l’umido dalla plastica.”
“E che ci vuole?”
“Attenzione, scrupolo. Questo ci vuole. Bisogna capire se queste buste vanno nella plastica o nel secco non riciclabile, per esempio. E i lacci che legano le buste, quelli dove vanno?”
“Se è spago va nell’umido, è materiale organico.”
“Che ne sai di cosa ci mettono.”
“E’ lino. Forse canapa, tutta roba naturale.”
“Di naturale qui c’è solo il minestrone di mamma, è fatto con le verdure dell’orto.”
“Sa lastima.”
“E comunque anche certe cose naturali io le butto nel secco. I peli e le unghie, per esempio, mi fa schifo metterle nell’umido.”.
Polanca, a quel punto, si alza e comincia a camminare avanti e indietro per la cucina, trascinando la sua gamba malata. Poi, a un tratto, si ferma e ci guarda con aria pietosa: “A voi due i dialoghi di Platone vi fanno una pippa, vi fanno. Lo sapevo che dovevo starmene a casa.”
Non rispondiamo, anche se io mi sento un po’ contrariato dalla sua osservazione.
Bulgaria, anche lui silenzioso, continua a pestare coi piedi i sacchetti di verdure. Poi si interrompe e si porta l’indice al naso: “Ssssh, silenzio!”
“Cosa c’è?”
“Silenzio, ho bisogno di silenzio. Erano anni che non sentivo parlare un intellettuale. Queste parole vanno meditate con calma, ci vuole un certo raccoglimento”.
“E questo raccoglimento, Bulgarì, come lo differenzi?
“Nell’umido, Polà. Ogni volta che parli, io mi commuovo, mi viene da piangere.”
Fingendo di asciugarsi le lacrime, Bulgaria torna al frigorifero. Prende il fiasco: “E’ fresco.”
Riempie tre bicchieri. Beviamo, senza più parlare per almeno cinque minuti.
Poi Polanca dice: “La carta moschicida. Dove la butti la carta moschicida con le mosche attaccate? Forse bisogna staccare le mosche ad una ad una.”

postato da: birambai alle ore 12:22 | link | commenti (5)
categorie:
giovedì, 25 giugno 2009

I have a "drin"

Nel senso di "squillo".

postato da: birambai alle ore 17:07 | link | commenti (8)
categorie:
sabato, 20 giugno 2009

Povero Fede, diranno che la colpa è tutta sua. Sua e della sua corrente culturale, il meteorinismo.
Perché a oscurare l'immagine del cavaliere, adesso, ci si mettono pure loro, le meteorine. Oscurare, scureggiare. Quella luce. Luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.

Poi c'è chi imbroglia le carte. Quel demonio di D'Alema, per esempio. Sapeva tutto, ha sempre saputo tutto, fin dalla tenera età, fin da quando poppava. La tiratura del Piccolo.
Non parlar di poppa in casa del velista.
Sono altre poppe, signora mia.
Papi pappa, puppe pupe. popipopi.
E la mia torpedo blù.
Papi.
Papi?
Già. Vesvovi contro papi.
Parla chiaro.
Sol dell'Avvenire?
Anche del presente.
Bisogna sperare nell'Avvenire.
L'Avvenire di ieri.
L'avvenire di ieri non si dice.
Leggi, leggi. Chiedono al sommo di rispondere.
E lui?
Ha detto che è una grande spazzatura, che NO, lui non ha niente da chiarire.
Addirvi, una parola: IL GRAN RIFIUTO. Altro giro, altri papi.
La grande spazzatura.

Ma che c'entra D'alema?
C'entra c'entra. E' un perfetto giocatore di poker, non c'è buio che tenga, per lui.
Aveva l'asso nascosto nella manica?
No, una Q. La donna di bari.
Aveva tutto previsto. Anche la doppia coppia. Lario-Franceschini. D'Addario-Franceschini.
Ci sono secondi fini?
Non si parla di fini.
E hai visto il Manifesto di oggi?
"Non gliela danno"
A me la dà.
Eeeh?
O, niente, palindromite.
Punto.
postato da: birambai alle ore 12:40 | link | commenti (3)
categorie:
giovedì, 11 giugno 2009

postato da: birambai alle ore 18:56 | link | commenti (3)
categorie:
mercoledì, 10 giugno 2009



i cibi libici: sarà cena



Per tre sere le tende perfette, vedrete.
Nell’erbe.
E stellette e cene e feste.
Gente “perbene”, scene melense.
Per tessere le stesse, tremende, tele segrete: espellere.

Che belvedere, eh? Che merde!



Finiti i ciclici dissidi? I litigi, i difficili lidi, i vicini missili?
Sì. Ministri, militi:  ci si inchini, in siti libici!
Visi tipici di viscidi big, simili.
Visibili intrighi di sbirri: gli incivili, cinici rinvii. Di vinti.

Gli schifi.
Si fischi, si gridi! Ci si ritiri.
postato da: birambai alle ore 18:36 | link | commenti (7)
categorie:
martedì, 02 giugno 2009

Oh bella, dovevo scrivere qualcosa, ma non mi veniva in mente proprio nulla. C’erano solo alcune parole che mi si presentavano davanti come se volessero fare un provino, ma erano tutte poco attraenti. Fra queste c’erano “attaccapanni” e “scalpicciare”. Sembrava mi volessero ingannare con tutte quelle sillabe e le doppie siliconate. “Le faremo sapere”, dissi a scalpicciare. “Lasci pure il book e il suo telefono in segreteria” proposi all’altra. Ma in cuor mio sapevo che non mi avevano per niente impressionato. La mia creatività se ne stava andando a puttane.
Allora chiamai Polanca:
“Devo per forza scrivere qualcosa.”
“Fai le aste, è meglio.”
“Non scherzare, lo sai che se non scrivo qualcosa divento malinconico.”
A quel punto Polanca cominciò a tossire e non la smetteva più.
“Che ti succede?”
“Mi è entrata una mosca in bocca. Proprio mentre pensavo a un argomento che potresti affrontare. Stavo pensando a una cosa che attira le mosche, da non credere.”
“Polà, vai al diavolo! Tutte le volte che parlo seriamente, tu confondi tutto…mescoli tutto.”
“Pronto…pronto, ma lei è il piccolo principe! Mi scusi l’avevo scambiata per il mio amico.”
“No, nessuno scambio, Polà, viviamo davvero su pianeti diversi.”
A quel punto Polanca fece un silenzio di qualche secondo, come se stesse pensando.
“Ecco, ho trovato. Scambio, la parola di oggi è scambio. Dovresti scrivere una storia sullo scambio.”
“Di coppia?”
“No, è banale, anche se in un certo senso...”
“Di figurine?”
“Di mele.”
“Adamo ed Eva?”
“No. Della signora Scafarelli, quella che abita al quarto piano.”
“Non mi vorrai dire che la signora Scafarelli è una porca?”
“Macché. Tutte le volte che fa sesso con la finestra aperta, la sento che sbuffa per il caldo e non fa altro che ripetere al marito: “ ajò, fattu c’asa? Hai finito, hai finito?”
“E allora?”
“Di quella volta che si era fissata con le torte di mele. Ne faceva una al giorno. Aveva letto in una rivista di cucina che le torte di mele fanno bene agli alcolisti e così costringeva il marito a mangiare quintali di quel dolce molliccio. Tutte le mattine andava dal fruttarolo e comprava tre chili di renette. Poi la sera cominciava a impastare e affettare. Qualche volta esagerava con le dosi e gliene venivano due e anche tre. Il signor Marietto non sapeva più che fare, alla terza fetta gli venivano i conati di vomito, e una volta che aveva provato a sotterrarne un pezzo dentro un vaso, lei lo aveva scoperto e lo aveva colpito con un calcio in pancia. Alla terza settimana di quella dieta ipercalorica, il signor Marietto pensò che doveva escogitare qualcosa. Così, mentre la signora Scafarelli andava a fare la sua pennichella pomeridiana, Marietto andava in cucina e riduceva la quantità di mele. Qualcuna se la mangiava: “Meglio le mele che la torta di mele”, pensava. Un paio le buttava dalla finestra, tanto a quell’ora non passava nessuno, in Via Calatafimi. Poi si faceva un cicchetto di grappa e nascondeva la bottiglia dentro l’imbottitura di una poltrona.
“E’ strano” disse la signora, dopo qualche giorno, “queste mele rendono sempre di meno. Devo protestare con il fruttivendolo.”
“Ma va bene così!” provò a dire Marietto, con una voce da console.
“Non va bene affatto!” replicò seccamente, la moglie. “Devi mangiarne almeno sette o nove fette al giorno.”
“Ma così morirò!”
“ Così guarirai.”
Poi guardò il marito con aria sospettosa, mentre lui fissava il portafrutta e sembrava che contasse quanti pomi erano rimasti.
Il giorno appresso, dopo che Marietto era andato a comprare il giornale, la signora pensò allo scambio. “Così vediamo chi è più furbo” disse, con un sorriso alla Bondi. E mentre lo diceva, sostituì le mele vere con altrettante mele di legno colorato, di quelle che le avevano regalato le figlie per un compleanno.
“Bene, io vado a dormire”, disse, alla solita ora del pomeriggio.
“Vai, vai pure, tesoro, io mi leggo il giornale.”
“Svegliami alle quattro, stasera devo impastare un po’ prima.”
“Va bene, come vuoi tu, tesoro.”
Più tardi fu svegliata da un trambusto. Bussavano alla porta e fuori nel pianerottolo si sentiva gente che urlava. Allora si alzò e andò ad aprire.
“Sono l’appuntato Grandoni, signora. Suo marito è in casa?”
“Sì, che è successo”
“Guardi qui.”
C’era un bambino con un ferita in testa. La mamma, la signora Prunetti, urlava, isterica, mostrando una mela di legno: “Lo voleva uccidere, maledetto ubriacone, lo voleva uccidere!”
“Pensi a quel debosciato di suo marito piuttosto!”
Marietto, in tutto quel pandemonio, era sparito.
“Marietto, Marietto, ti cercano.”
Niente, Marietto non rispondeva. Allora la signora Scafarelli andò a cercarlo per tutta la casa. Lo trovò nella stanza degli ospiti, sdraiato su un tappeto di pelo di bue.
“Che fai?”
“Ho mal di denti” rispose, tenendo la mano sinistra davanti alla bocca. Vicino a lui una mela finta cominciò a rotolare sul pavimento.
“Che hai combinato?
“Non lo fo” disse.
“Non lo fai, cosa?”
“Non fo cova e fuffeffo.”
La esse di Marietto sfiatava da tutte le parti. I suoi incisivi, quelli che il dentista gli aveva piazzato qualche mese prima, non opponevano resistenza all’aria. Anziché stare al loro posto, erano ora ben stretti nella mano destra di Marietto.

postato da: birambai alle ore 13:22 | link | commenti (12)
categorie:
martedì, 05 maggio 2009

Se scrivi cose che non si capiscono è meglio che non scrivi. Carletto Bingia, che era un vero concionatore, ripeteva spesso questa sentenza. Lo diceva a tutti. Un giorno lo disse al macellaio, Antonino Pettorra. Glielo disse mentre quest'ultimo cercava di spaccare l’osso di una bistecca a colpi d’accetta. C'era un tale fracasso che le parole si persero fra i quarti di maiale.
“Non ho capito” disse Antonino,  fermando la sua azione squartatoria fracassona.
“Vorrei anche un pezzo di quel sottospalla”, replicò Bingia, ignorando totalmente il macellaio.
“Questo non è sottospalla, è lombata.”
“So riconoscere la lombata, per chi mi hai preso?”
“Signor Bingia, le assicuro che è proprio lombata.”
“Allora tieniti anche le tue stupide bistecche.”
E se ne andò, lasciando il macellaio con un palmo di naso.
Un’altra volta, nel bel mezzo di una mattina serena di Maggio, incontrò al parco un professore di matematica in pensione. E sentenziò.
Quello voltandosi disse: “Ma io non scrivo proprio un bel niente!”
“Ci manca solo che anche i professori di matematica si mettano a scrivere.”
“Perché, cosa ha da dire dei professori di matematica?”
“Sono tutti dei cretini, ecco cosa sono. Pensano che i numeri siano Dio.”
“Io non lo penso menomamente. E dianzi ero in chiesa, per sua informazione.”
“Menomamente, dianzi. Allora lei è anche più cretino degli altri professori di tutto il globo.”
A quel punto il professore assestò un colpo d’ombrello sulla nuca del Bingia il quale cadde a terra come paralizzato. Mentre era lì, immobile, con una guancia sull’erba fresca del giardino, Carletto Bingia pensò che le pecore passano quasi tutto il tempo con le labbra a contatto con l’erba fresca.
“Le pecore non scrivono poesie sui prati!” Concionò così, sollevandosi lentamente. Poi si massaggiò il collo e se ne tornò a casa sua. Più tardi, mentre guardava il telegiornale, ebbe voglia di una bistecca.
postato da: birambai alle ore 18:07 | link | commenti (19)
categorie:
lunedì, 04 maggio 2009

Dio è morto, Marx è morto
il matrimonio pure,
Fede piange, un papà si dà fuoco, il pil cala, la Juve è in crisi, la sinistra dov'è, quando finisce un amore, l'estate sta finendo, e la chiamano estate...
e anche questo blog non si sente tanto bene.
postato da: birambai alle ore 20:38 | link | commenti (8)
categorie: